La storia delle barricate di Riga del 1991

Dal 13 al 20 gennaio del 1991 si svolsero gli eventi più drammatici e sanguinosi del movimento di risveglio nazionale lettone, che portò poi alla liberazione del paese dal giogo sovietico. Ripercorriamo la storia di quei giorni.

barikades_saeima_7
Le barricate di fronte al parlamento lettone

© Baltica Storia 

Le “barricate di Riga” del gennaio 1991 hanno rappresentato l’evento più drammatico e sanguinoso dell’Atmoda, il risveglio nazionale lettone, che condusse all’indipendenza della Lettonia nell’agosto di quello stesso anno. Nel maggio del 1990 il Soviet lettone aveva votato a maggioranza per il ripristino dell’indipendenza della Repubblica di Lettonia, fondata nel 1918. Il voto non venne riconosciuto dall’Urss: Gorbaciov firmò un decreto apposito per negare la validità del voto del Soviet lettone, in quanto contrario alla Costituzione sovietica.

La lotta del popolo lettone però era ormai inarrestabile e nel gennaio del 1991 visse i suoi momenti più drammatici, con la gente che scese nelle strade ed eresse barricate nei luoghi più sensibili di Riga, per difendere la sede del Soviet lettone (che aveva votato a favore dell’indipendenza), la sede del governo, della televisione e della radio e i principali ministeri. Questa è la cronaca di quei giorni del gennaio 1991.

2 gennaio

Gli OMON, le forze speciali sovietiche su ordine del Comitato centrale del Partito comunista lettone occupano la Preses nams, il palazzo della stampa, paralizzando di fatto la pubblicazione dei quotidiani. Giornalisti e tipografi vengono privati dei loro documenti e perquisiti. Arrivano sul posto il ministro degli interni Vaznis e Dainis Īvāns, vice presidente del Consiglio dei ministri e di fatto leader di Tautas Fronte, il fronte popolare di liberazione, ma gli OMON non consentono loro l’ingresso nella Preses nams.
Iniziano moti di protesta popolare a Riga, e su iniziativa del Tautas Fronte, si forma un assembramento di fronte alla sede del Partito comunista lettone.
Intanto anche a Vilnius, capitale della Lituania, viene occupata analogamente, la sede della stampa.

3 gennaio

Una rappresentanza lettone, formata da GorbunovsBišersJundzis e Eizāns si reca a Mosca per incontrare il generale Nikolajs Moisejevs e cercare di evitare il precipitare degli eventi. Intanto il Presidente del consiglio lettone Ivars Godmanis ha un colloquio con Gorbaciov, che si dice all’oscuro dell’occupazione della sede della stampa lettone e degli avvenimenti del giorno precedente.
I tipografici cercano di rimanere al loro posto e a lavorare per permettere l’uscita dei quotidiani, come Diena Lauku Avīze, nei giorni successivi.
Alcune redazioni, come quella del giornale Latvijas Jaunatne portano via dalla Preses nams computer e macchinari, per poter lavorare all’uscita del giornale in altre sedi.

4 gennaio

Giunge a Riga una delegazione del ministero degli interni dell’Urss per un’ispezione.
Il quotidiano svedese “Expressen” per solidarietà coi colleghi lettoni decide di pubblicare una versione di Diena, in lingua lettone e in traduzione svedese. Questo stesso giorno il corrispondente di Expressen Gunārs Juhansons giunge a Riga con 1500 copie del giornale che vengono vendute in cambio di donazioni: i circa 2000 rubli raccolti vengono messi in un fondo di solidarietà per i giornalisti e tipografici lettoni.

5 gennaio

Nella sede del Tautas Fronte a Riga si incontrano le delegazioni dei tre Fronti popolari baltici, di Lettonia, Estonia e Lituania, per discutere sugli ultimi preoccupanti avvenimenti.
La situazione più tranquilla appare quella estone. Molto più tesa e preoccupante la situazione in Lettonia e Lituania. A Šiauliai è stato appena costruito un nuovo poligono dell’esercito sovietico, e la presenza di militari russi, i berretti neri, è in aumento.
Intanto non si ferma la campagna di disinformazione che in Russia cerca di aumentare la tensione nei territori baltici, per preparare la strada ad eventuali interventi armati.
Su Diena compare la notizia che anche alla Casa Bianca la questione baltica è all’ordine del giorno: se ne è discusso in un briefing al Dipartimento di Stato, che ha stigmatizzato il brutale attacco agli organi di stampa lettoni, e lo stesso presidente George Bush ha auspicato colloqui di pace fra l’Urss e i governi dei paesi baltici.

7 gennaio

Gorbaciov dà ordine al ministro della difesa, generale Jazov, di inviare in Lettonia, Lituania ed Estonia unità di truppe combattenti per garantire le operazioni di arruolamento delle forze armate sovietiche nella regione.
In alcune province lettoni si nota un aumento dell’attività di repressione e di arresti, in particolare a Daugavpils e Rēzekne, nonostante l’ordine del ministero degli interni lettone ai propri agenti di non prestarsi a simili attività di polizia.

8 gennaio

L’assemblea legislativa lettone, l’allora Soviet, adotta una risoluzione di condanna dell’invio delle forze speciali militari sovietiche nei baltici con l’obiettivo della mobilitazione forzata dei cittadini lettoni nell’esercito sovietico e invita la popolazione lettone a non collaborare con le forze armate giunte da Mosca.
A Riga intanto arriva il generale Ačalov, uno dei capi della guerra in Afghanistan e l’uomo del ministero degli interni dell’Urss per le situazioni d’emergenza. Ačalov incontra Alfrēds Rubiks, il principale esponente filosovietico nel Soviet lettone, che a maggioranza è pro indipendenza.
Il Tautas Fronte lettone decide di convocare una grande manifestazione in tutta la Lettonia contro la pressione militare e politica di Mosca.
Il Soviet lettone decide di conferire a Dainis Īvāns, leader del Tautas Fronte, l’incarico di rappresentare gli interessi della Repubblica di Lettonia di fronte al resto del mondo, e nello stesso tempo giudica un atto di aggressione diretta e di attacco alla democrazia l’invio delle forze armate speciali da Mosca.

9 gennaio

Gli Stati Uniti condannano formalmente l’invio di truppe speciali da Mosca nei paesi baltici per sopprimere le aspirazioni indipendentistiche di Lituania, Lettonia ed Estonia.
Si dimette il governo lituano guidato da Kazimira Prunskienė, sotto la pressione delle proteste per l’aumento dei prezzi dei beni di consumo, in particolare gli alimentari.

rīgas barikādes 1991.jpg

10 gennaio

Una manifestazione di Interfronte (il movimento filosovietico che si contrappone ai fronti nazionali indipendentisti nei baltici), chiede le dimissioni del governo guidato da Ivars Godmanis (che è a favore dell’indipendenza della Lettonia). Partecipano circa 10 mila persone.
Le motivazioni delle proteste filosovietiche hanno come motivo di facciata l’aumento dei prezzi, che si sta verificando in tutte e tre le repubbliche baltiche da quando si è inasprita la crisi col Cremlino. I fronti filosovietici usano questo tema per mobilitare proteste popolari nei paesi baltici, che provochino la caduta dei governi, che sono schierati a favore del processo di democratizzazione e di liberazione dei paesi baltici, e spingano il Cremlino ad intervenire direttamente con la forza.

11 gennaio

Una manifestazione di protesta della Lega delle donne lettoni contro l’intervento militare del Cremlino si svolge all’Esplanāde. Vi partecipano circa 6000 persone.
Per le strade di Riga sono sempre più evidenti gli spostamenti di  militari e mezzi corrazzati.
A Mosca un’altra delegazione del governo lettone, composta da Ilmārs Bišers, Juris Dobelis e Jānis Peters incontra il ministro della difesa Jazov e il generale Moisejev, che ripetono che il contingente militare di stanza in Lettonia non verrà aumentato.
In Lituania si svolge la conferenza stampa del nuovo primo ministro, Albertas Šimėnas. Rimarrà al suo posto per tre giorni. Il 14 gennaio, al momento dell’arrivo delle truppe russe a Vilnius, si darà alla fuga.

12 gennaio

Il Tautas Fronte lettone annuncia una grande manifestazione per il giorno dopo, 13 gennaio, in tutta la Lettonia, a sostegno del governo lettone legalmente eletto e a difesa dei principali punti nevralgici del paese. E’ la chiamata alle barricate di Riga.
A Mosca intanto il Presidium accoglie la richiesta di ritirare una parte delle forze armate inviate nei Baltici.
Anatolijs Gorbunovs (presidente del Soviet lettone) e Ivars Godmanis (capo del governo lettone) incontrano a Mosca Mihail Gorbaciov, che promette di non usare la forza in Lettonia.

13 gennaio

La notte del 13 gennaio i carri armati russi entrano a Vilnius, occupando il parlamento lituano, le sedi di Tv e radio, le telecomunicazioni. Nell’attacco vengono uccise 14 persone, i feriti sono 110.
A Riga nelle stesse ore i lettoni si preparano a difendere la loro capitale. Alle 4.45 dell’alba la radio lettone trasmette in diretta un messaggio di Dainis Īvāns, che invita i lettoni a scendere in Doma Laukums (di fronte alla sede della Radio lettone), in sostegno ai fratelli lituani appena attaccati.
Viene formato un comitato di difesa della città, con a capo Andrejs Krastiņš.

Alle 14 inizia la grande manifestazione organizzata dal Tautas Fronte. Oltre 600 mila persone si riversano a Riga, a partire da 11. novembra krastmala. Romualds Ražuks, del Tautas Fronte, invita i cittadini di Riga ad alzare le barricate nei punti più sensibili della città.
Barricate vengono erette a difesa della sede del Soviet, l’attuale parlamento lettone, della sede del governo, della sede della radiotelevisione lettone in Zaķusala, della sede della radio in Doma Laukums, del Telegrafo centrale, come pure dei ponti principali della città.
Il governo lettone ordina l’utilizzo di trattori, carri e gru per trasportare dalle campagne tronchi e materiale adatto per costruire le barricate.
Barricate vengono erette anche in altre città lettoni, come Liepāja e Kuldīga.
Gorbunovs (presidente del Soviet lettone) e Boris Eltsin firmano un accordo di relazioni internazionali fra la Federazione Russa e la Lettonia.
A Tallin si incontrano i presidenti dei Soviet di Estonia, Lettonia, Lituania e Russia. Viene firmato un trattato di collaborazione e di riconoscimento, e viene condannata ogni azione militari contro i paesi baltici.
Eltsin firma un atto che invita i soldati della Federazione russa a non partecipare ad azioni militari contro le popolazioni civili. Intanto giunge la notizia che la divisione di Vitebsk si è rifiutata di muovere verso Riga.

14 gennaio

Gorbaciov difende la sanguinosa azione militare compiuta il giorno prima a Vilnius dall’OMON e conferma la sua fiducia nel ministro dell’interno Boris Pugo, l’artefice della repressione nei paesi baltici. Pugo conosce bene i baltici, ed in particolare la Lettonia, dove è stato prima capo del KGB locale e poi dall’84 all’88 anche segretario del Partito comunista lettone. Pugo poi si suiciderà, a seguito del putsch fallito nell’agosto 1991.
A Mosca giunge Jānis Peters. Il poeta lettone è uno dei leader del Tautas Fronte, il Fronte di liberazione nazionale lettone. Peters incontra Gorbaciov: dall’incontro Peters trae la convinzione che l’Urss non ha alcuna intenzione di trattare con la Lettonia come un paese estero.

Intanto la situazione a Riga e nelle altre capitali baltiche si fa sempre più drammatica. Il capo delle forze armate sovietiche nei baltici, Fjodor Kuzmin pone l’ultimatum al presidente del Soviet lettone Gorbunovs, chiedendo l’immediata sospensione di tutti gli atti legislativi del Soviet lettone in contrasto con le leggi e la costituzione sovietica.
Gli abitanti di Riga e i lettoni accorsi dalle città vicine hanno eretto barricate nei punti nevralgici della città, all’ingresso dei ponti principali, a Zaķusala, l’isoletta sulla Daugava dove ha sede la televisione pubblica lettone, nella sede del telegrafo centrale in Dzirnavu iela. I due punti più sensibili e protetti sono Doma Laukums, nel cuore della città vecchia, di fronte alla sede della radio pubblica, e la zona intorno al parlamento lettone.
Alcuni scultori fanno arrivare da Pārdaugava blocchi di marmo e massi per ostruire le strade, il comitato che coordina le barricate chiama a raccolta autisti e camionisti per far arrivare materiale utile per le barriccate. Giungono in città anche contadini coi loro trattori.
La gente sulle barricate, in quel freddo gennaio del 1991, si scalda con bevande calde. Vengono attivati servizi di ristoro nei vari punti delle barricate. Si innalzano le bandiere lettoni della prima repubblica, rossobiancorosso, vietate durante l’occupazione sovietica.
Alle 14.45 gli OMON attaccano le barricate erette sul ponte di Vecmīlgrāvis nella zona nord est di Riga. I berretti neri sovietici appiccano il fuoco contro le postazioni di difesa innalzate dagli abitanti del quartiere a difesa del ponte, requisiscono materiali e picchiano alcuni cittadini.
Alle 18.45 altro attacco degli OMON sul ponte di Brasa, nella zona orientale di Riga.
In serata gli OMON ripetono l’attacco contro le barricate a difesa del ponte di Vecmīlgrāvis, dove vengono incendiate una decina di macchine.

Radio Svoboda dà la notizia di piani di attacco militare sovietico in Lettonia, dove il Soviet locale ha votato nel maggio del 1990 la risoluzione di ripristino dell’indipendenza della Repubblica lettone. Notizie su piani di attacchi militari contro la Lettonia le aveva già date a fine dicembre il quotidiano Latvijas Jaunatne.
Nella notte gli OMON attaccano anche la sede della scuola militare in Zeļļu iela, dove vengono picchiati i cadetti, requisite le armi e demoliti varie stanze dentro l’edificio.
Il Soviet ucraino condanna con una risoluzione i sanguinosi attacchi delle forze speciali sovietiche in Lituania nei giorni precedenti.
Le diplomazie di diversi paesi del nord Europa condannano i tentativi di interrompere con la violenza il processo di democratizzazione in atto nei paesi baltici e chiedono una risoluzione pacifica della crisi nell’area.
Il cancelliere tedesco Helmut Kohl, invece, afferma che la politica delle repubbliche baltiche sta procedendo troppo in fretta sulla strada delle riforme, in maniera poco ragionevole. Per questo, a suo parere, non si dovrebbe correre a condannare le reazioni dell’Urss.

15 gennaio

Diecimila persone si riuniscono all’ASK in Barona iela chiamate dall’Interfronte, il movimento filosovietico che si oppone al processo di liberazione e democratizzazione della Lettonia. Durante la manifestazione il Comitato di Salvezza di tutta la Lettonia dichiara di voler assumere il controllo del potere nel paese, con l’intenzione di formare un nuovo governo. Alfrēds Rubiks, il principale oppositore del processo di liberazione lettone, arringa le persone intervenute alla manifestazione: “L’ora del destino è giunta! Dobbiamo agire!”, chiedendo la liquidazione dell’Assemblea legislativa lettone, che era ancora denominata Soviet, e del governo in carica e il ripristino di istituzioni fedeli a Mosca, oltre all’annullamento degli atti legislativi del Soviet che aprono la strada all’indipendenza della Lettonia.

Sugli organi di stampa, in particolare su Latvijas Jaunatne, compaiono nuovi dettagli relativi al colpo militare messo a punto dal Cremlino da attuare in Lettonia. Secondo le informazioni in possesso del quotidiano Latvijas Jaunatne (ex Padomju Jaunatne), proveniente in particolare da una fonte giornalistica interna al Cremlino, Jurij Ščekočihin, il Cremlino aveva già pronto a dicembre un piano di colpo militare in Lettonia, che prevedeva l’occupazione dell’Assemblea (il Soviet lettone), della sede del governo, della sede di Tautas Fronte (il movimento nazionale che promuoveva il processo di liberazione e democratizzazione), le sedi di radio e televisione e del palazzo della stampa. Il piano, senza una spiegazione chiara ancora oggi, è stato revocato un’ora prima del suo inizio, dallo stesso Gorbaciov. Solo il 2 gennaio poi in Lettonia è partito l’attacco e l’occupazione del palazzo della stampa, che ha dato il via alle giornate della barricate.

L’assemblea lettone vota una risoluzione per invitare il governo ad agire sulla politica dei prezzi  e per mettere a punto un sistema di compensazione. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, fin dall’inizio della fase più acuta della crisi fra il paese baltico e il Cremlino, è una delle questioni più delicate che devono affrontare le popolazioni baltiche.
In particolare i governi dei paesi baltici devono affrontare il nodo della scarsità di alcuni generi alimentari e non, specie nei settori in cui il regime monopolistico della produzione è ancora vigente, per la quale viene istituita una commissione ad hoc. Altro problema riguarda la tassazione: il parlamento chiede che non vengano tassati salari sotto i 166 rubli mensili, e che venga fissato il livello di stipendio minimo.
L’assemblea adotta anche una nuova legge per il ripristino della cittadinanza della Repubblica di Lettonia e per i principi fondamentali della naturalizzazione.

16 gennaio

Alle 18.30 gli OMON, i berretti neri delle forze speciali inviate dal Cremlino a Riga per soffocare il processo di democratizzazione e indipendenza lettone, attaccano le barricate erette a difesa del ponte Brasa. L’attacco provoca un ferito, I.Gudrais.
Alle 20.45 scoppia una bomba nei pressi della palazzo della “Politiskās izglītība”. Non ci sono vittime.
La prima vittima lettone di queste giornate è Roberts Mūrnieks, autista del ministero dei trasporti, colpito da un cecchino dei berretti neri nei pressi del ponte di Vecmīlgrāvis. Trasportato all’ospedale Riga1, muore per le ferite riportate.
Anatolijs Gorbunovs, presidente dell’assemblea legislativa lettone (il Soviet) che si è schierato per il processo di indipendenza del paese dall’Urss, chiama Gorbaciov per protestare per gli attacchi compiuti dagli OMON.
Vilnius si svolgono i funerali delle 14 vittime dell’attacco sferrato dagli OMON di fronte alla sede della televisione lituana.

17 gennaio

Sulle barricate di Riga viene dichiarato lo stato di allarme.
Il partito comunista lettone forma il Comitato di sciopero e dichiara che la Lettonia è diventata di fatto un regime fascista.
A Riga giunge una delegazione del Soviet Supremo da Mosca, guidata da Anatolij Denisov. La delegazione dei deputati da Mosca dovrebbe riportare notizie al Cremlino sulla reale situazione nel paese baltico, ma viene accolta con scetticismo a Riga dagli uomini del Tautas Fronte. “Quante persone devono essere ancora uccise, perché capiate chi sono gli OMON (i berretti neri delle forze speciali sovietiche ndr)?” chiede lo scrittore Pēteris Pētersons ai deputati giunti da Mosca. Andris Kolbergs, altro scrittore lettone, chiede che i berretti neri responsabili delle violenze di quei giorni siano messi sotto processo.
Marina Kosteņecka, scrittrice di origine russa, accusa direttamente il partito comunista per gli attacchi dei giorni scorsi: “Proprio su ordine del partito comunista i berretti neri hanno occupato il palazzo della stampa, e questo bisogna farlo sapere al Soviet Supremo. E il partito comunista deve essere punito per questo”.

Questo stesso giorno l’esercito Usa sferra l’attacco per la liberazione del Kuwait dall’invasione delle forze armate irachene. E’ l’operazione Desert Storm. In Lettonia aumentano i timori per un imminente attacco delle forze di Mosca a Riga.

18 gennaio

Il parlamento lettone prende la decisione di formare una Commissione di autodifesa nazionale. Alla sua guida Gorbunovs (presidente del parlamento lettone). Ne fanno parte anche Ivars Godmanis (primo ministro lettone), R. Ražuks, J. Dinevičs, A. Inkulis. Diverse all’interno del movimento di liberazione nazionale sono le opinioni sui centri di difesa e sulla loro organizzazione, ma da molti viene sottolineato il caos dell’organizzazione di difesa in Lettonia, che si ritrova quattro centri di comando: la commissione di autodifesa del parlamento, la commissione costituita dal governo, il Tautas Fronte, e le unità militari. Ma altrettanto chiaro è il fatto che le barricate presidiate dai volontari non possono reggere a lungo.
Nella notte gli OMON fermano e picchiano cinque persone appartenenti alle forze di difesa volontarie lettoni.

19 gennaio

Si svolgono i funerali di Roberts Mūrnieks, la prima vittima lettone dei giorni delle barricate. Durante il funerale si svolge una manifestazione contro l’occupazione sovietica e le forze speciali dei berretti neri, responsabili della morte dell’autista del ministero dei trasporti lettone.

20 gennaio

E’ la giornata più drammatica e cruenta.

A Mosca si svolge una manifestazione in difesa dei paesi baltici, a cui partecipano 100 mila persone. Vengono chieste le dimissioni di GorbaciovJazovPugo (ministro degli interni), per le vittime dell’attacco alla sede televisiva di Vilnius.
Alle ore 21.07 a Riga parte l’attacco degli OMON, le forze speciali sovietiche, contro la sede del ministero degli interni lettone. Durante gli scontri a fuoco vengono uccisi due appartenenti alla milizia, V. GomanovičsS. Konoņenko, l’operatore cinematografico Gvido Zvaigzne e il suo collega Andris Slapiņš, e lo studente Edijs Riekstiņš. Vengono feriti alcuni membri della milizia e cinque volontari a difesa delle barricate B. Dmitrenko, J. Zelčs, A. Senčenko, J. Mezaks, D. Ozols, il giornalista russo V. Brežņevs, e lo studente univeritario J. Fodors.

Questa la cronaca di quelle ore descritta da Vineta Vizule sul giornale Latvijas Jaunatne.

Quando la sera di domenica si cominciarono a sentire i primi spari, tante famiglie furono assalite da una grande paura, non sapevano quello che stava succedendo, mentre nel centro di Riga, nei caffè, nei cinema, si trovavano ancora tanti ragazzi, tanti loro figli. In seguito alla radio iniziarono a ripetere la notizia che un ragazzo, la cui identità era ancora sconosciuta, era stato colpito. Lo aveva raggiunto un proiettile, indossava caldi guanti marroni. Oddio, quanti indossano guanti marroni… Solo il giorno dopo venimmo a sapere che avevano colpito Edijs Riekstiņš, studente della Rīgas 65. vidusskola, nato il 17 dicembre del 1972.

Perché quella vittima? Cercare una risposta logica per quella incomprensibile follia non era possibile. Possiamo solo ricordare il suo nome, che resterà nella nostra memoria come prova di quel tragico giorno.

A scuola il nome di Edijs era già stato dimenticato. Né i custodi, né gli insegnanti potevano dire qualcosa su di lui. Nessun luogo della 65. vidusskola testimonia la tragedia accaduta domenica sera. Un normale giorno di scuola. Solo nell’ufficio della direttrice Ludmilas Vasiļjeva si trovano i documenti di Edijs. Sì, quella era la prima e unica scuola di quel ragazzo. Quest’anno avrebbe concluso l’11° classe, ma purtroppo a causa dei suoi problemi di salute, già dall’ottava classe gli insegnanti lo andavano spesso a trovare a casa. Gli ultimi due anni non aveva potuto continuare gli studi. Molti dei suoi compagni se ne sono già andati in qualche istituto professionale, per questo qui il  nome di Edijs è poco familiare. L’unica cosa che la direttrice della scuola è riuscita a sapere, nella telefonata con la madre, è che quella sera Edijs era andato in un caffé in Bastejkalns. Quello che è successo dopo, Edijs non può più raccontarlo…

Edijs studiava in una scuola russa. Sui suoi documenti c’è scritto: padre lettone, madre russa. Purtroppo il padre non vive più in famiglia. Cosa pensava Edijs di questi giorni? Era un ragazzo normale, che frequentava caffé, si divertiva. Ora molti lo chiamano eroe. Davvero la storia aveva bisogno del nome di questo eroe ucciso senza senso?

Vineta Vizule – «Latvijas Jaunatne», 1991. gada 23. janvārī, Nr. 6

Dopo l’attacco al ministero degli interni, i reparti degli OMON si rifugiano nella sede del Comitato centrale del partito comunista lettone.
Alle 21.30 inizia una diretta trasmessa dalla televisione lettone in cui si raccontano gli avvenimenti e gli scontri al ministero degli interni. Il parlamentare A. Cīrulis riesce a mettersi in contatto telefonico con Ojārs Kalniņš, che aveva il ruolo di ambasciatore informale della repubblica lettone a Washington. Kalniņš gli comunica che negli Stati Uniti stanno già andando in diretta le immagini da Riga dall’albergo Rīdzene.

3

21 gennaio

Gorbunovs (presidente del parlamento lettone) si reca a Mosca per parlare con Gorbaciov, in relazione ai sanguinosi eventi di Riga del giorno prima.
Viene inviato un telegramma a Mosca, alla Federazione olimpica dell’Urss, in cui si comunica che gli atleti lettoni, di ogni disciplina sportiva, interrompono da questo momento ogni attività sportiva sotto le insegne dell’Urss, e ogni competizione nei campionati dell’Urss.
Nella sede del gruppo parlamentare del Tautas Fronte si svolge una riunione coi deputati lettoni membri del Soviet Supremo dell’Urss, che in quella sede dichiarano ufficialmente il sostegno alla dichiarazione di indipendenza della Lettonia.
La Lettonia tornerà ad essere ufficialmente indipendente il 21 agosto del 1991, dopo il fallito putsch di Mosca. La dichiarazione temporanea di ripristino dell’indipendenza del paese baltico emessa dal parlamento lettone (allora Soviet) il 4 maggio del 1990, quel giorno diventò definitiva. Il 6 settembre 1991 l’Urss riconobbe l’indipendenza della Lettonia.

Fonti: Barikadopedija.lv, Diena, Latvijas Jaunatne, Delfi.