I lettoni devono prepararsi per una nuova crisi economica

E’ il monito del presidente della Banca centrale lettone Ilmārs Rimšēvičs, che chiede al governo di avviare riforme strutturali. Eppure i dati indicano una crescita maggiore nel 2017, ma Brexit, Trump e Putin non fanno presagire niente di buono…


“La prossima crisi ci troverà impreparati se non cominciano a prepararci”, è l’allarme che lancia il presidente della Banca di Lettonia Ilmārs Rimšēvičs rivolto ai propri concittadini ma soprattutto alle istituzioni e al governo lettone.

La crisi del 2008/2009, che portò la Lettonia alle soglie della bancarotta, è ancora un ricordo troppo fresco e doloroso, perché i lettoni possano sottovalutare il monito del presidente della Banca centrale del paese, che da tempo sta cercando di sollecitare il governo lettone a mettere mano alle riforme strutturali che possano mantenere la Lettonia sui livelli di crescita post crisi.
Dopo essere stata negli ultimi una delle economie europee più in crescita, la Lettonia ha iniziato una frenata, che ha portata la Banca centrale a rivedere le stime del Pil nazionale da un +2% all’1,4%. Una crescita sempre positiva, ma che risente di alcuni fattori di stagnazione dell’economia del paese, e soprattutto secondo Rimšēvičs di politiche che non stanno funzionando.

 

“Questo è il momento giusto per risistemare la nostra economia e per le riforme strutturali, per affrontare le crisi previste per i prossimi anni” sostiene Rimšēvičs. Il 2017 non sarà migliore del 2016 secondo il presidente della Banca centrale lettone, che ha messo in fila una serie di misure che dovrebbero essere attuate dal governo lettone. Innanzi tutto evitare di aumentare le tasse e aggravare la situazione degli imprenditori lettoni. Ma soprattutto per Rimšēvičs il paese non può continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità.

Eppure secondo i dati della stessa Banca centrale il Pil del paese il prossimo anno crescerà su livelli più alti rispetto al 2016. Il problema, può sembrare paradossale, riguarda anche i fondi europei che arrivano in Lettonia. Secondo Rimšēvičs il paese baltico è troppo dipendente dai fondi strutturali europei, che sono ritenuti il vero motore della crescita prevista per il prossimo anno.

Anche il presidente della commissione finanze della Saeima Jānis Vucāns la pensa allo stesso modo: “Le crisi sono inevitabili, ma la situazione attuale non ci permette di dormire fra due cuscini. Stiamo ancora lavorando per superare le conseguenze della crisi del 2008 – stiamo lottando per la sopravvivenza delle persone. Abbiamo bisogno di riforme in particolare nel settore della sanità e in quello dell’istruzione, e non possiamo neanche dimenticare di destinare risorse alla sicurezza nazionale.”

Chi non è d’accordo con le valutazioni di Rimšēvičs e Vucāns è il deputato dell’opposizione Igors Pimenovs (Saskaņa), che vede nelle positive prospettive di crescita del 2017 l’occasione di recuperare risorse per aumentare la spesa pubblica. “Il nostro obiettivo non è diminuire la spesa, ma fare in modo che le fonti di reddito aumentino. Dovrebbe essere riformato anche il sistema fiscale e lo stato dovrebbe avere un ruolo più incisivo nel guidare l’economia del paese. Finora la partecipazione pubblica nel settore economico è stata limitata non solo dalle normative europee ma anche dalle decisioni dei nostri governi. Questo ha portato ad una limitazione della creazione di nuovi posti di lavoro, e di conseguenza anche della richiesta delmercato interno.”

Per l’ex ministro delle finanze Edmunds Krastiņš le prospettive internazionali suggeriscono invece prudenza e attenzione: “La Brexit, la possibile vittoria di Trump alle elezioni americane, e l’imprevedibilità delle mosse future di Putin, sono tutti fattore che possono accellerare una crisi finanziaria ed economia internazionale. Speriamo che non succeda, ma già  il prossimo anno potremmo vivere una nuova crisi.”
Fra le misure che potrebbero aiutare l’economia lettone ad affrontare tempi più difficili, secondo Krastiņš, ci sono un migliore utilizzo dei fondi europei e l’aumento delle entrate fiscali, non attraverso l’imposizione di nuove tasse, ma ad esempio migliorando la situazione disastrosa dell’incasso dell’Iva nel paese. Krastiņš  sottolinea come l’Estonia abbia un’Iva più bassa, ma ricavi più alti, se paragonati ai rispettivi Pil.

Fonti Nra e Diena.

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