Quando uccidemmo il gigante. Il 4 maggio 1990 di Sandra Kalniete

Pubblichiamo in esclusiva la traduzione del diario dell’eurodeputata lettone, che descrive lo storico giorno in cui il parlamento lettone approvò la “Dichiarazione di ripristino dell’indipendenza della Lettonia”.
Con questo articolo Baltica apre una nuova sezione “Simtgade – Un secolo di Lettonia”, dedicata alla storia dei cento anni di vita del paese baltico, che si celebreranno nel 2018.

4 maggio 1990.

di Sandra Kalniete

Quella mattina mi preparai per la seduta parlamentare come se andassi a una festa. Indossai lo stesso vestito giallo che avevo al congresso di fondazione del Fronte (Latvijas Tautas Fronte – LTF, il Fronte popolare lettone, ndr). Quello che metto solo per le occasioni speciali. Sapevo che un giorno più speciale di questo non lo avrei mai più vissuto.

Quando all’inizio della seduta Ivars Godmanis (all’epoca vice presidente del LTF, ndr), a nome dei 131 deputati firmatari, introdusse il punto all’ordine del giorno sul ripristino dell’indipendenza della Lettonia, tutti trattennero il fiato. Il momento sembrava davvero essere giunto. Poi il partito Comunista iniziò a fare ostruzionismo. Prima respinse l’ordine del giorno, sostenendo che i deputati comunisti non erano a conoscenza dei documenti e che bisognava discuterne in commissione. Dopo che i giuristi smontarono quelle obiezioni, altri cavilli, procedure e persino problemi tecnici, furono usati come pretesto per mettere in discussione l’esito della votazione. Quando anche questa tattica risultò vana, cominciarono ad avanzare proposte, aggiunte, correzioni al testo della Dichiarazione d’indipendenza. La democrazia è il diritto della minoranza di sostenere le proprie opinioni. E indubbiamente la minoranza sfruttava bene questo principio. C’era davvero da meravigliarsi per l’abilità con cui questi ideologi del totalitarismo coprivano la piramide del centralismo democratico col ricco mantello della democrazia. Adesso loro erano la minoranza oppressa che lottava per il diritto ad un pensiero diverso! Bisognava votare per ogni emendamento della minoranza, e quanti ce n’erano! I deputati del Fronte stavano pazientemente al gioco delle votazioni, sulla commissione per il controllo del conteggio dei voti, sulla commissione per la redazione della dichiarazione, sul dibattito sulla chiusura del dibattito, per il voto palese, per il testo della dichiarazione… Dovevano tener duro, per non inficiare in alcun modo il valore giuridico della Dichiarazione. Era difficile da sopportare. Questa mentalità sovietica corrotta, queste mani sporche che rovistavano intorno alla nostra indipendenza, attesa da tutta la Lettonia. I deputati e noi, un piccolo gruppo di eletti, avevamo già tenuto in mano il testo della dichiarazione, l’avevamo letta e discussa nella gruppo e in consiglio. La Lettonia aveva appreso delle linee guida della dichiarazione da una conferenza stampa del professor Romāns Apsītis. La gente sapeva cosa aspettarsi, era attaccata alla radio e non riusciva a capire perché le loro attese venivano continuamente rinviate a causa di piccoli litigi e dispetti. Giunse la pausa per pranzo e la Dichiarazione non era stata ancora votata. Anta Buša, che si occupava della trasmissione radio, mi invitò in diretta per chiedermi della manifestazione che era prevista per la sera in Daugavmala. Dissi: „Venite! Venite subito dopo il voto sulla Dichiarazione d’indipendenza! Festeggeremo!” anche se dopo quello che era successo nel corso della mattina non ne ero così convinta. Più tardi nel pomeriggio, mentre si contavano i voti e non c’erano più dubbi sul fatto che la Dichiarazione di indipendenza sarebbe passata, Gorbunovs lesse il comunicato del LTF per la manifestazione in Daugavmala e invitò tutti i deputati e gli altri a partecipare insieme.

Il palazzo del Parlamento (allora sede del Soviet Supremo, ndr) brulicava di giornalisti, operatori e fotografi, giunti da ogni parte del mondo per immortalare il momento in cui il secondo paese baltico informava il mondo della sua nuova indipendenza. Anche loro non capivano questi ritardi, perché i deputati non prendessero il toro per le corna e chiudessero la questione, per passare poi ad un altro punto caldo del mondo. L’aria si faceva densa, come prima di un temporale. La tensione saliva anche fra la gente, che fin dalla mattina si affollava sempre più numerosa sotto la sede del Parlamento. La proteggeva la milizia e le unità di difesa dell’LTF, bisognava fare attenzione ad evitare qualsiasi provocazione e conflitto, che poteva facilmente scoppiare. Dal mattino come per una sfida si era messa di fronte alla porta una fila persone che tenevano cartelli con scritte minacciose „Siamo pronti a difendere l’unità della patria socialista”. […]
Verso mezzogiorno, proprio accanto, in Doma laukums, si era riunito un piccolo gruppo di Interfronte (
il movimento d’ispirazione comunista che si opponeva all’indipendenza lettone, ndr), e un gruppetto raggiunse la sede del Parlamento, per cercare col suo debole „Referendum!” di sovrastare i nostri slogan „Libertà! Libertà!”, ma si disperse in fretta. L’atmosfera era in ebollizione – i deputati del Fronte erano accolti con grandi ovazioni e canti, mentregli avversari erano sommersi dai fischi.
Nella sessione pomeridiana tutti gli ostacoli furono superati e iniziò il dibattito sulla dichiarazione. Ma visto che i membri dell’opposizione continuavano a perdere tempo e a ripetere ogni volta lo stesso discorso, il gruppo di LTF votò per l’interruzione del dibattito.
Il deputato comunista Aleksejevs, che stava parlando, non lasciò il microfono, finché il presidente non dette l’ordine di spengerlo. Aleksejevs, offeso, raccolse i suoi fogli e urlando qualcosa sulla violazione dei diritti e sul tappare la bocca a chi non la pensava come loro, lasciò la sala. Fu anche la prima volta in quei due giorni in cui Gorbunovs (
il presidente del Soviet, favorevole all’indipendenza, ndr) perse la sua ammirevole pazienza di fronte alla demagogia dell’opposizione. Prima del voto a chiamata personale per l’adozione della dichiarazione d’indipendenza, il gruppo del partito comunista fece sapere che non avrebbe partecipato al voto.

L’attesa era interminabile, anche se sapevo bene che niente di brutto poteva più accadere. I 132 voti necessari li avevamo,e c’era la speranza di averne ancora sei in più. Alla fine il presidente della commissione di voto Indulis Ozols iniziò a leggere il protocollo, e dietro le finestre la gente contava ad alta voce ogni „si”. Uno, due, tre, cinque, otto, poi arrivò il primo „assente”, poi altri „si”, e ancora di più altri „assente”. La gente fuori si era ammutolita. Nessuno sapeva che la lettura dei voti iniziava con i deputati del distretto di Riga e Daugavpils, (a maggioranza comunisti, quindi contrari e assenti al voto, ndr). Che drammatici momenti per chi attendeva fuori! Non riuscivo neanche ad immaginare, come i sorrisi di gioia si fossero spenti sui visi della gente, quanti cuori colmi di apprensione – e se adesso…? Poi giunsero di nuovi dei rivitalizzanti „si”. Cento! Centoventi! La gente esultava, sempre più forte. Gorbunovs brusco al microfono chiese che non venissero disturbati i lavori del parlamento, che ci si comportasse come si conviene, ma come si poteva tenere a freno una gioia soffocata per mezzo secolo? Centotrentadue! La Dichiarazione di indipendenza era passata! La gente esultante non si curava più della parte finale della lettura del protocollo e dei restanti „si”. I deputati si alzarono in piedi. Gorbunovs cercò di riportare la calma, c’era ancora da adottare un pacchetto intero di documenti, fra cui anche la „Dichiarazione sull’adesione della Lettonia alla Carta internazionale dei diritti umani”. Questo fu il primo documento che venne adottato nel nome della Repubblica di Lettonia, e che non riportava in calce la firma LSRP (Rep. Socialista sovietica di Lettonia, ndr). L’impazienza di festeggiare questo grande evento era cosi alta, che il deputato Zotovs chiese che si adottassero tutti gli altri documenti con un solo voto, ma i giuristi, con il loro senso dell’ordine, avvertirono che in questo modo si sarebbe ridicolizzato il parlamento. Appelli politici potevano anche essere approvati in gruppo, ma su documenti relativi alle norme internazionali sui diritti umani, si doveva votare articolo per articolo. Allora né io, né gli altri, riuscivamo a realizzare bene il grande significato di quella decisione per il prestigio internazionale della Lettonia. Con quale orgoglio in seguito i politici e i diplomatici lettoni avrebbero ricordato nei forum internazionali, che il primo documento adottato dal paese dopo la Dichiarazione d’indipendenza, era stato il Documento Onu sui diritti umani! Era l’inequivocabile segnale che la Lettonia mandava al resto del mondo.

Se torno indietro alla memoria di quel 4 maggio, lo rivedo al rallentatore, come fotogrammi cinematografici, anche se tutto si svolse in un tempo incredibilmente breve e concentrato. Si aprì la porta e una folla di giornalisti si lanciò dentro, inciampando l’uno sull’altro, stretti in uno spazio angusto, divisi dai deputati da un cordone rosso. Saltai in piedi e mi feci spazio fra i giornalisti e mi piazzai davanti alla barriera – questi stranieri non mi avrebbero impedito di ascoltare quella storica frase: „La Lettonia è una repubblica indipendente e democratica”. Scattarono i flash delle macchine fotografiche. I giornalisti iniziarono a spingere. Ero come bloccata e bevevo ogni singola parola di Gorbunovs – con 138 voti a favore, un astenuto, la dichiarazione „Per il ripristino dell’indipendenza della Repubblica di Lettonia” è stata approvata. Gorbunovs era nervoso, e cercava di ricordare che una parte dei cittadini del paese era preoccupata per la decisione appena presa dal parlamento. Chiese „a tutte le persone che si trovano in strada di mostrare il maggior tatto possibile nei confronti di ogni deputato”. Nessuno lo ascoltava. I deputati si alzarono in piedi. Applaudivono. Si congratulavano gli uni con gli altri. Dietro alle finestre la gente esultava. Risuonava „Dievs, svētī Latviju!” (Dio benedici la Lettonia – l’inno della Lettonia indipendente, ndr.). Con qualche difficoltà arrivai di fronte a Gorbunovs con un mazzo di fiori, a nome del LTF. Piangevo, ridevo. Ero in preda all’euforia. La gente fuori gridava „Gorbunovs! Gorbunovs!”. Uscì sul balcone e salutò la folla con la mano. Una grande esultanza!

Fu trionfale anche la nostra marcia attraverso Doma laukums. La gente si apriva come un mare per far passare lungo uno stretto percorso la fila dei deputati fino a Daugavmala. Ovunque guardassi, vedevo gente sorridente, felice. Gorbunovs si era preoccupato inutilmente per i possibili desideri di vendetta della folla contro i deputati che si erano opposti alla Dichiarazione. La gente era troppo felice per pensare ad altro. I deputati dell’opposizione uscirono in silenzio e senza farsi notare dalla sede del parlamento. Camminavo accanto a Gorbunovs e sentivo quanto era stanco e privo di forze. Due giorni di tensione e di autocontrollo gli erano costati molto. Non riusciva a lasciarsi andare all’euforia per la Dichiarazione d’indipendenza, perché a mio avviso capiva bene le conseguenze di quella decisione. Sapeva sotto quale peso l’indomani mattina la Lettonia si sarebbe risvegliata. La gente lo avvicinava, lo toccava, si congratulava. Non aveva guardie del corpo, né milizia. Era sommerso di fiori, che teneva in braccio. Ivars e Dainis erano raggianti. Vulfons lo portavano in braccio. Nella tribuna stava aspettando il direttore di coro Edgars Račevskis. Non c’era una scenografia, né una lista ufficiale di discorsi o canzoni. Tutto era lasciato all’improvvisazione. Il direttore del coro mi diceva quale sarebbe stata la canzone successiva e io l’annunciavo al microfono. Anche la successione degli interventi fu causale. Prima prese la parola Gorbunovs. Poi Dainis, Andrejs Krastiņš, Godmanis, Vulfsons – non li ricordo più tutti. Come non ricordo le loro parole. Che venivano trascinate dal vento oltre la Daugava, fino in paradiso. Ascoltavo e guardavo i volti radiosi della gente e mi accorsi, con rammarico, che quella era la mia ultima manifestazione. Che in quel grande giorno di festa si concludeva anche un periodo unico e irripetibile della mia vita. Proprio come la notte dopo la nascita del Fronte nazionale, di nuovo non sapevo cosa mi attendeva, cosa avrei fatto in futuro.
Si cantava ancora „Dievs, svētī Latviju!”. La folla piano piano si scioglieva. E d’un tratto dal lato del mercato si udì il rombo di carri armati e mezzi militari. Iniziavano le prove dei festeggiamenti del 9 maggio (
la celebrazione della vittoria dell’Armata rossa sulla Germania nazista, ndr.). Che fosse una coincidenza simbolica?
Attraversammo la città vecchia fino ad arrivare al Monumento alla libertà, dove posammo i fiori. Eravamo insieme: Dainis Īvāns, Ivars Godmanis, Jānis Škapars, Jānis Dinevičs, Jānis Kinna e Sandra Kalniete. Allora non sapevo, che la vita ci aveva già separati e quel sestetto non sarebbe più esistito. Sarebbe rimasto un quintetto.

Un ragazzo mi dette una rosa gialla.

Sandra Kalniete
(Trad. Paolo Pantaleo)

Tratto da “Es lauzu. Tu lauzi. Mēs lauzām. Viņi lūza”, pubblicato per gentile concessione dell’autrice. [Diritti riservati]

Sandra Kalniete è eurodeputata al parlamento di Bruxelles dal 2009, in precedenza è stata ambasciatrice lettone  presso l’Onu e poi a Parigi, ministro degli esteri della Lettonia dal 2002 al 2004, e Commissario europeo nel 2004. Il suo libro “Scarpette da ballo nelle nevi di Siberia” pubblicato in Italia da Scheiwiller, racconta la deportazione della sua famiglia in Siberia.
In Es lauzu. Tu lauzi. Mēs lauzām. Viņi lūza, tradotto anche in versione inglese A Giant to Kill, Kalniete racconta in forma di diario gli anni del Fronte popolare, che portarono alla liberazione della Lettonia dall’Urss e al ritorno all’indipendenza.

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