Baltica Libri: “Klūgu mūks” Inga Ābele. Storia di una fede in Dio e nel Lagtale

La storia di un sacerdote cattolico, Francis Trasuns, che nel primo novecento guida il cammino per l’indipendenza del Latgale e per la sua unione alla Lettonia, nello straordinario e immaginifico romanzo di Inga Ābele.


Una recensione © Baltica Libri

Un romanzo sulla fede, sull’amore per Dio e per la propria terra, la storia di una scomunica dentro la storia di un paese che conquista per la prima volta la sua indipendenza. Un romanzo che si dipana su una terra magica, Inflantija, dal nome dell’antico Voivodato di cui faceva parte un tempo il Latgale, che nell’ottocento fu poi assorbito nel governatorato di Vitebsk della Russia zarista, prima di ricongiungersi infine con Vidzeme e Kurzeme e formare la terza stella nella Lettonia indipendente.

Il monaco di vimini, “Klūgu mūks” (Dienas Grāmata 2014), il romanzo di Inga Ābele che prende spunto dalla vita di Francis Trasuns, sacerdote cattolico, politico, l’attivista a cui si deve il ricongiungimento del Latgale al resto della Lettonia nel 1920, è un’opera unica e davvero originale nel panorama letterario lettone. Ha vinto lo scorso anno il premio per la migliore opera narrativa lettone, ed è considerato uno dei migliori romanzi lettoni usciti negli ultimi anni.

Le prime pagine del romanzo si aprono sugli ultimi giorni di vita di Francis Sebalds (Trasuns), ormai scomunicato dalla Chiesa di Roma per la sua attività politica nel parlamento della nuova Lettonia indipendente. Una figura dolente, ma ancora appassionata, orgogliosa, e soprattutto animata dalla fede in Dio e dall’amore per la propria terra, il Latgale, terra mistica e affascinante.

No, non vi ci porto io. Lascio che vi accompagni la stessa Ābele, nella sua introduzione al libro. E’ così che lei è entrata nella vita di Francis, nella sua storia, nei suoi luoghi. Provate a seguirla.

L’ho riconosciuto subito.
Avevo già visto il suo ritratto su un foglio ingiallito di giornale, fra le pagine del libro delle canzoni che la mia madrina teneva nella sua casa in Latgale. Lo sguardo orgoglioso, appena ironico. Indossava un vestito semplice, ma con un che di signorile. Niente che suggerisse che era stato sacerdote e insegnante a Pietroburgo, teologo e attivista del risveglio del Latgale, uomo di stato che aveva unificato il Latgale alla Lettonia, ed infine scomunicato con bolla papale.
Me l’ero immaginato esattamente così. Il colletto bianco della camicia, abbagliante, che sporgeva sul lungo collo, ed il nodo della cravatta fin troppo perfetto, – statura imponente e buon gusto. Irrompe in chiesa, come smarrito, sembra trascinato dal vento. E’ un’onda trasparente contro l’altare, un’impronta in rilievo sui mattoni rossi delle mura. S’inginocchia e si fa il segno della croce di fronte al tabernacolo, attraversa la fila dei fedeli, inciampa, il suo riflesso brilla negli occhi delle ragazze, occhi blu come il Rāzna, scompiglia i capelli dei bambini, si accosta a guance cadenti e grinzose. Gli anziani strizzano gli occhi, come se una nuvola di neve, un angelo invisibile sia caduto in ginocchio lungo la navata e con le ali serrate abbia preso a soffiare la luce sui loro volti.
Ma lui sta cercando qualcosa.
E’ novembre inoltrato, già da una settimana cade una pioggia monotona, fredda. Il mio viaggio mi porta da Rāzna a Lubāna. Giorni senza mangiare sul serio, notti insonni. Devo raggiungere la mia madrina a Rugāji, lì troverò pane vero. Quando sento la  mia madrina parlare latgaliano, ho sempre la senzazione che intorno si alzi un profumo di pane appena sfornato. Da bambina tenevo in mano una fetta spessa e calda, profumata di cumino, il burro mi colava giù per il gomito, e intorno si parlava latgaliano.
Avevo sperato nell’autostop, ma senza successo. Non ero solo io a gocciolare, ma anche il mio cappello, le maniche, lo zaino coi libri sulle spalle. Chi avrebbe voluto inzuppare la macchina con una specie di pozzanghera, quale ero? Non insistevo, non alzavo la mano, non facevo cenni. Quando sulla strada di Dagda sentivo dietro le spalle del rumore, mi voltavo e attraverso la grigia tenda della pioggia guardavo chi passava. Non si fermava nessuno. E io non li potevo condannare.
L’umidità sulla nuca era già stata assorbita dalla pelle, ma il pesante sacco sulle spalle mi segava come una corda. Sulla collina sopra il fiume Rēzekne vidi la chiesa dai mattoni rossi, con due alti campanili, la cui cima era nascosta da una fitta, grigia nebbia che scorreva veloce. Da ogni parte accorreva gente in chiesa. Li seguii anch’io – affannandomi sul fango che la pioggia aveva portato giù dalla collina. Così apparve la cattedrale del Cuore di Gesù, sede della diocesi di Rēzekne-Aglona. Era il mezzogiorno di un normale giorno feriale, ma il flusso di gente non cessava. Donne e uomini, anziani e giovani, alunni dalle scuole vicine.
Quando arrivò Francis, lo chiamai, ero felice. Ma niente dimostrava, che qualcun’altro lo vedesse. Erano tutti occupati nella preghiera che precedeva la Santa Messa.
[………]
Cerco di vedere dov’è Francis – ma Francis è già davanti al vescovo di fronte all’altare del Cuore di Gesù ed è convinto di essere lui, a dire messa oggi di fronte ai fedeli. Francis, come me, ha confuso il tempo – è stato il decano di Rēzekne più di cento anni fa. Oggi è solo un fantasma, uno spirito inquieto, una matrice di plasma biancastro, un mio ricordo. Il vescono non lo vede e lo trapassa, lo calpesta come un pavimento di pietra, lo sfoglia come un libro di preghiere, e alla fine si mette al suo posto.
Francis, colmo di amarezza, si ritira sotto il pulpito. La pioggia batte contro i vetri. Resterò qui a lungo. La chiesa è il mio riparo, nel vero senso del termine. Riscalda la carne, asciuga i vestiti, offre sollievo. Di tutti i riti che conosco, quello della Santa Messa cattolica è il più bello.
Cerco un posto vuoto e lo trovo nella navata destra, una stretta panchina dove mi siedo da sola. Decine di mani prendono da sotto il poggiamano il libro delle preghiere, ed io faccio lo stesso. Decine di mani sfogliano le pagine, io faccio lo stesso. I libri dei canti e delle preghiere sono logori e graffiati, intrisi di polvere e lacrime, capelli fra le pagine, impronte delle dita e del tempo. I giovani hanno inciso i graffi delle loro unghie sulle copertine, le donne li hanno accarezzati, gli uomini sbronzi hanno afferrato qui libri come per aggrapparsi alla salvezza, i bambini ne hanno morsicchiato gli angoli coi loro denti da latte.
C’è qualcuno qui con me, quando sfoglio le pagine. Mi volto e una vampa di calore mi sale sul viso, – questa è la sua spalla. Francis è qui accanto a me.
L’organo comincia a suonare, e Sua Eminenza inizia la Messa.
Il vescovo: “Dīva Tāva un Dāla un Svātuo Gora vuordā”. (Nel nome del padre, del figlio e dello Spirito Santo, in latgaliano ndt).
I fedeli mormorano con calore, come uno sciame d’api in un alveare coperto di neve: Amen.
Il vescovo: “Dīvs Kungs lai ir ar jums.” (Il Signore sia con voi)
I fedeli di nuovo in coro: “Kungs ir ar tevi.” (Il Signore è con te).
Il vescovo: “Lai mēs varātu cīneigi pīsadaleit svātajā Mises upurī, nūžāluosim sovus grākus, lyudzūt nu Dīva pīdūšonu.” (Per celebrare degnamente questa Santa Messa, riconosciamo i nostri peccati e chiediamo perdono a Dio).
Un breve attimo di silenzio. La gente china il capo e si guarda nel cuore. Francis respira con affanno, come un cavallo a cui si è appena risarcita una ferita, è completamente diverso da quello di prima, durante l’adorazione. Si guarda in giro. Il sudore gli scende dalle tempie, le punte dei suoi capelli gocciolano.
Dopo la Messa lo calmerò. Chiacchiereremo un po’, per distrarlo, per tirarlo su, potremmo parlare per esempio di quel mago di Viganovsksis, l’ingegnere edile del Politecnico di Riga, che in poco tempo nel grembo della terra di Māra ha seminato tre chiese cattoliche simili – la cattedrale del Cuore di Gesù di Rēzekne, la chiesa di San Francesco a Riga e la chiesa del Cuore di Gesù a Viļaka. Chiunque può riconoscere da lontano la mano di Viganovskis nelle chiese pseudoromaniche, nei corpi rigidi e nei doppi campanili gotici. Sì, Florians Viganovskis ha lasciato buona fama di sé nel tempo.
Francis interrompe il confuso corso dei miei pensieri, riesce a voltarsi verso di me e mi chiede:
– Sai dirmi dov’è finito il mio abito talare? – mi chiede, pallido, con le labbra sanguinanti dai morsi per l’angoscia.
– Ve l’hanno tolto.
– Perché? Forse Dio mi ha abbandonato?
– Dio non vi ha mai abbandonato, Francis. Voi volevate solo essere libero.
Il suo tocco è leggero come l’ala d’una farfalla, ma fermo, per la prima volta lo guardo negli occhi. Nelle pupille nere c’è un buco del tempo, un pozzo profondo, dove forse cadiamo entrambi. Lui mi tiene stretta la mano, ed io vedo tutto questo nei suoi occhi.

“Klūgu mūks” Inga Ābele, Dienas Grāmata 2014
(Trad. Paolo Pantaleo)

Inga  Ābele è una delle narratrici più eccelse della letteratura lettone contemporanea. La sua fama, anche in ambito internazionale, è sbocciata con i suoi primi due romanzi, “Uguns nemodina” (Atēna 2001) e “Paisums” (Dienas Grāmata 2008) entrambi tradotti in diverse lingue, ma con “Klūgu mūks” la Ābele ha dato vita ad un romanzo che va al di là del tempo, ha piantato una foresta di storie e di immagini che resterà per sempre un territorio protetto e fecondo della letteratura di questo paese, della sua storia, e in particolare della sua regione più appassionata e affascinante, il Latgale.

Inga Ābele

Inga Ābele

E’ un paesaggio da favola quello del Latgale del secondo ottocento che fa da cornice alla nascita e all’infanzia di Francis, figlio conteso fra la madre e la nonna, Edarčanu Baba, fattuchiera, incantatrice di serpenti, che rappresenta l’anima magica e misteriosa della vita contadina lettone, e che ricorda per certi versi la Enija della trilogia Likteņa līdumnieki di Vladimirs Kaijaks.
Sono le donne del romanzo, Zuze, Terēze, Marija, le creature che sostengono il peso e il sacrificio della vita e delle passioni di Francis e Jezups: quella di Francis per Dio e per il proprio popolo, quella di Jezups per il volo. Fede e passione, le due protagoniste vere del romanzo.

Il romanzo si svolge sullo sfondo della storia della Lettonia e del Latgale di fine ottocento, primi del novecento, ma lascia grande spazio alla fantasia e a storie immaginifiche, ed è scritto in una lingua ricchissima, originale, con forti contaminazioni e arricchimenti linguistici dal latgaliano e dal linguaggio parlato nelle campagne del Latgale.
Tanti personaggi immaginari o storici ruotano intorno al protagonista Francis Trasuns, a cui nel romanzo l’autrice però cambia il cognome in Sebald. L’altro protagonista storico del libro è Jezups Baško, leggendario aviatore ed eroe di guerra lettone, figura che la scrittrice nel libro trasforma nel nipote di Francis, Mazais Jezups, le cui vicende sono narrate in parallelo a quelle di Francis, e che nel romanzo trova una morte prematura e tragica, diversa dalla storia reale di Baško.

La storia di Francis Trasuns

Trasuns_Francis-RTMM_86388-Trasuns_FrancisSacerdote, attivista politico, uomo di stato, deputato. Questo è stato Francis Trasuns, nato il 4 ottobre 1864 a Sakstagals, un villaggio nei pressi di Rēzekne, nel cuore del Latgale.
Francis è il sesto dei sette figli di Staņislavs Trasuns e Ieva Edarčāns. Frenquenta la scuola del villaggio e poi quella di Rēzekne, in entrambe si insegna in russo.
Trasuns lotta in particolare contro il divieto in vigore allora di pubblicare in caratteri latini, rispetto a quelli gotici vigenti nella Lettonia dell’epoca.
Notevole è inoltre il suo contributo alla letteratura latgaliana, coi suoi racconti, favole, saggi.

Durante gli anni della I guerra mondiale Trasuns si impegna nel comitato di Pietroburgo che assiste i profughi dal Latgale e dalle altre regioni della Lettonia. Nel 1917 in qualità di presidente del congresso del comitato fa votare una risoluzione per l’integrazione del Latgale nel futuro stato della Lettonia indipendente.
Nel 1918 lavora attivamente nel Consiglio temporaneo della Lettonia, a Pietroburgo. Diventa poi membro del Consiglio nazionale lettone che proclama il 18 novembre del 1918 l’indipendenza della Lettonia.
Minacciato dai bolscevichi, nel 1919 lascia Pietroburgo per trasferirsi a Riga, dove viene nominato ministro degli affari per il Latgale nel governo della nuova Lettonia indipendente. Nel 1920 il Latgale, liberato dall’occupazione russa, si riunisce alla Lettonia.

Trasuns nella Lettonia indipendente partecipa a tutti gli organismi politici. E’ deputato nella prima e nella seconda legislatura. Una settimana prima delle elezioni del 1925, per la seconda legislatura del parlamento lettone, l’arcivescovo di Riga Antonijs Springovičs firma l’espulsione di Trasuns dalla chiesa cattolica. Trasuns viene scomunicato e gli è proibito dire messa e somministrare gli altri sacramenti.
Nell’aprile del 1926, la domenica di Pasqua, Trasuns cerca di entrare nella Sv. Jēkaba katedrale di Riga, per assistere alla funzione pasquale, ma gli viene impedito. Due giorni dopo muore per un attacco cardiaco.

La Chiesa cattolica vieta la sua sepoltura nella terra consacrata del cimitero cattolico di Rēzekne. Viene quindi seppellito nel Cimitero dei Fratelli della città del Latgale. Durante i suoi funerali il presidente lettone di allora Jānis Čakste ricorda la sua importanza per la storia della Lettonia con queste parole: “Francis Trasuns ha posto la terza stella nello stemma della Lettonia”.
A circa novanta anni dalla sua morte il Vaticano ha riscoperto la lettera di autodifesa scritta da Trasuns contro la sua scomunica. Dopo la morte di Trasuns si riteneva che il processo per la sua riabilitazione fosse inutile e la documentazione, compresa la lettera di autodifesa, venne dimenticata in qualche cassetto.Dopo il crollo del regime sovietico e la nuova indipendenza dei paesi baltici, anche Trasuns potè ritrovare la sua riabilitazione e giustizia. Il Vaticano riconobbe la nullità delle motivazioni che portarono alla sua scomunica di Francis Trasuns.

© Baltica Libri

La traduzione del testo tratto dall’introduzione di “Klūgu mūks” è pubblicata con la gentile autorizzazione dell’autrice.
Le note biografiche sulla vita di Francis Trasuns sono tratte dalla postfazione di “Klūgu mūks”.

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