Le barricate di Riga del 1991 (2° parte)

Dal 13 al 20 gennaio si svolsero gli eventi più drammatici e sanguinosi del movimento di risveglio nazionale lettone, che portò poi alla liberazione del paese dal giogo sovietico. Ripercorriamo quelle giornate storiche in una serie di puntate su Baltica.

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© Baltica Storia (Seconda parte)

14 gennaio

Gorbaciov difende la sanguinosa azione militare compiuta il giorno prima a Vilnius dall’OMON e conferma la sua fiducia nel ministro dell’interno Boris Pugo, l’artefice della repressione nei paesi baltici. Pugo conosce bene i baltici, ed in particolare la Lettonia, dove è stato prima capo del KGB locale e poi dall’84 all’88 anche segretario del Partito comunista lettone. Pugo poi si suiciderà, a seguito del putsch fallito nell’agosto 1991.

A Mosca giunge Jānis Peters. Il poeta lettone è uno dei leader del Tautas Fronte, il Fronte di liberazione nazionale lettone. Peters incontra Gorbaciov: dall’incontro Peters trae la convinzione che l’Urss non ha alcuna intenzione di trattare con la Lettonia come un paese estero.

Intanto la situazione a Riga e nelle altre capitali baltiche si fa sempre più drammatica. Il capo delle forze armate sovietiche nei baltici, Fjodor Kuzmin dà l’ultimatum al presidente del Soviet lettone Gorbunovs, chiedendo l’immediata sospensione di tutti gli atti legislativi del Soviet lettone in contrasto con le leggi e la costituzione sovietica.

Gli abitanti di Riga e i lettoni accorsi dalle città vicine hanno eretto barricate nei punti nevralgici della città, all’ingresso dei ponti principali, a Zaķusala, l’isoletta sulla Daugava dove ha sede la televisione pubblica lettone, nella sede del telegrafo centrale in Dzirnavu iela. I due punti più sensibili e protetti sono Doma Laukums, nel cuore della città vecchia, di fronte alla sede della radio pubblica, e la zona intorno al parlamento lettone.
Alcuni scultori fanno arrivare da Pārdaugava blocchi di marmo e massi per ostruire le strade, il comitato che coordina le barricate chiama a raccolta autisti e camionisti per far arrivare materiale utile per le barriccate. Giungono in città anche contadini coi loro trattori.
La gente sulle barricate, in quel freddo gennaio del 1991, si scalda con bevande calde. Vengono attivati servizi di ristoro nei vari punti delle barricate. Si innalzano le bandiere lettoni della prima repubblica, rossobiancorosso, vietate durante l’occupazione sovietica.

Alle 14.45 gli OMON attaccano le barricate erette sul ponte di Vecmīlgrāvis nella zona nord est di Riga. I berretti neri sovietici appiccano il fuoco contro le postazioni di difesa innalzate dagli abitanti del quartiere a difesa del ponte, requisiscono materiali e picchiano alcuni cittadini.
Alle 18.45 altro attacco degli OMON sul ponte di Brasa, nella zona orientale di Riga.
In serata gli OMON ripetono l’attacco contro le barricate a difesa del ponte di Vecmīlgrāvis, dove vengono incendiate una decina di macchine.

Radio Svoboda dà la notizia di piani di attacco militare sovietico in Lettonia, dove il Soviet locale ha votato nel maggio del 1990 la risoluzione di ripristino dell’indipendenza della Repubblica lettone. Notizie su piani di attacchi militari contro la Lettonia le aveva già date a fine dicembre il quotidiano Latvijas Jaunatne.

Nella notte gli OMON attaccano anche la sede della scuola militare in Zeļļu iela, dove vengono picchiati i cadetti, requisite le armi e demoliti varie stanze dentro l’edificio.

Il Soviet ucraino condanna con una risoluzione i sanguinosi attacchi delle forze speciali sovietiche in Lituania nei giorni precedenti.
Le diplomazie di diversi paesi del nord Europa condannano i tentativi di interrompere con la violenza il processo di democratizzazione in atto nei paesi baltici e chiedono una risoluzione pacifica della crisi nell’area.
Il cancelliere tedesco Helmut Kohl, invece, afferma che la politica delle repubbliche baltiche sta procedendo troppo in fretta sulla strada delle riforme, in maniera poco ragionevole. Per questo, a suo parere, non si dovrebbe correre a condannare le reazioni dell’Urss.

15 gennaio

Diecimila persone si riuniscono allo stato ASK in Barona ielā chiamate dall’Interfronte, il movimento filosovietico che si oppone al processo di liberazione e democratizzazione della Lettonia. Durante la manifestazione il Comitato di Salvezza di tutta la Lettonia dichiara di voler assumere il controllo del potere nel paese, con l’intenzione di formare un nuovo governo. Alfrēds Rubiks, il principale oppositore del processo di liberazione lettone, arringa le persone intervenute alla manifestazione: “L’ora del destino è giunta! Dobbiamo agire!”, chiedendo la liquidazione dell’Assemblea legislativa lettone, che era ancora denomitana Soviet, e del governo in carica e il ripristino di istituzioni fedeli a Mosca, oltre all’annullamento degli atti legislativi del Soviet che aprono la strada all’indipendenza della Lettonia.

Sugli organi di stampa, in particolare su Latvijas Jaunatne, compaiono nuovi dettagli relativi al colpo militare messo a punto dal Cremlino da attuare in Lettonia. Secondo le informazioni in possesso del quotidiano Latvijas Jaunatne (ex Padomju Jaunatne), proveniente in particolare da una fonte giornalistica interna al Cremlino, Jurij Ščekočihin, il Cremlino aveva già pronto a dicembre un piano di colpo militare in Lettonia, che prevedeva l’occupazione dell’Assemblea (il Soviet lettone), della sede del governo, della sede di Tautas Fronte (il movimento nazionale che promuoveva il processo di liberazione e democratizzazione), le sedi di radio e televisione e del palazzo della stampa. Il piano, senza una spiegazione chiara ancora oggi, è stato revocato un’ora prima del suo inizio, dallo stesso Gorbaciov. Solo il 2 gennaio poi in Lettonia è partito l’attacco e l’occupazione del palazzo della stampa, che ha dato il via alle giornate della barricate.

L’assemblea lettone vota una risoluzione per invitare il governo ad agire sulla politica dei prezzi  e per mettere a punto un sistema di compensazione. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, fin dall’inizio della fase più acuta della crisi fra il paese baltico e il Cremlino, è una delle questioni più delicate che devono affrontare le popolazioni baltiche.
In particolare i governi dei paesi baltici devono affrontare il nodo della scarsità di alcuni generi alimentari e non, specie nei settori in cui il regime monopolistico della produzione è ancora vigente, e che venga istituita una commissione per il controllo dei prezzi al dettaglio. Altro problema riguarda la tassazione: il parlamento chiede che non vengano tassati salari sotto i 166 rubli mensili, e che venga fissato il livello di stipendio minimo.
L’assemblea adotta anche una nuova legge per il ripristino della cittadinanza della Repubblica di Lettonia e per i principi fondamentali della naturalizzazione.

16 gennaio

Alle 18.30 gli OMON, i berretti neri delle forze speciali inviate dal Cremlino a Riga per soffocare il processo di democratizzazione e indipendenza lettone, attaccano le barricate erette a difesa del ponte Brasa. L’attacco provoca un ferito, I.Gudrais.
Alle 20.45 scoppia una bomba nei pressi della palazzo della “Politiskās izglītība”. Non ci sono vittime.

La prima vittima lettone di queste giornate è Roberts Mūrnieks, autista del ministero dei trasporti, colpito da un cecchino dei berretti neri nei pressi del ponte di Vecmīlgrāvis. Trasportato all’ospedale Riga1, muore per le ferite riportate.

Anatolijs Gorbunovs, presidente dell’assemblea legislativa lettone (il Soviet) che si è schierato per il processo di indipendenza del paese dall’Urss, chiama Gorbaciov per protestare per gli attacchi compiuti dagli OMON.

A Vilnius si svolgono i funerali delle 14 vittime dell’attacco sferrato dagli OMON di fronte alla sede della televisione lituana.

(prosegue…)

© Baltica Storia

Le altre puntate: 1° parte  – 3° e ultima parte

Fonti: Barikadopedija.lv, Diena, Latvijas Jaunatne, Delfi.

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