Baltica Libri: “Pirmā reize” – La prima volta, di Daina Tabūna

Daina Tabūna – Foto Ģirts Raģelis, Satori.lv

© Baltica Libri

Non so bene da dove cominciare per parlarvi di questa raccolta di racconti, “Pirmā reize” (La prima volta) di Daina Tabūna. Facciamo così, intanto vi lascio due minuti da soli, così vi conoscete…

…”Ma tu preghi Dio?” mi chiese una volta Baba, dopo che i miei erano scomparsi per un momento in un’altra stanza ed eravamo rimaste sole. Non capivo bene cosa volesse dire. Nei libri che mamma mi leggeva la sera, ogni tanto gli eroi pregavano Dio. Di solito capitava quando si ficcavano in guai grossi. A me stava andando tutto bene – almeno finché non mi hanno lasciata da sola con Baba.
Quando Baba venne a sapere che non pregavo, borbottò qualcosa sui miei genitori che non avevano più timor di Dio – cosa che a me pareva lodevole – e aggiunse: „Prega Dio almeno tu! Prega per i tuoi genitori!”
Fui sollevata quando papà e mamma riapparvero. Non volevo aver niente a che fare con quella donna rugosa e secca, con lo sguardo pieno di astio e le mani coperte di vene.
Tornati a casa, non riuscivo a smettere di pensare alle parole di Baba. Decisi di chiedere spiegazioni a papà. Papà è molto intelligente e conosce le risposte ad un sacco di domande diverse – anche se a volte non le capisco. Per questo credevo che mi avrebbe chiarito anche la questione delle preghiere.
„Che dirti… Alcune persone credono in Dio, altri no”, mi rispose papà, alzando gli occhi dal giornale.
Non capivo cosa significasse.
„Nessuno ha ancora dimostrato che Dio esiste davvero… E se Dio esiste, potrebbe tranquillamente essere diverso da quello della Bibbia…” cercò di spiegarmi.
„Allora tu pensi che Dio non esista affatto?” chiesi scioccata.
„Forse sì, forse no,” disse papà riprendendo a leggere il giornale. „Quando sarai grande deciderai da sola.”
„Ma se Dio non c’è, perché allora mi avete fatto battezzare?” cercavo di trovare degli errori di logica nelle sue parole.
„Nel più ci sta il meno”, scrollò le spalle papà.
Non so perché, ma quell’incertezza non mi piaceva. Mi piaceva l’idea che Dio comunque esistesse – e che lo si potesse pregare per qualsiasi cosa, anche la più impensabile; un po’ come con Babbo natale, solo tutto l’anno. Restava da stabilire per cosa pregare.
Così è iniziata la mia prima faccenda con Dio.
„Ti prego, ti prego, Dio caro, fa’ che mamma e papà abbiano tanti soldi e possano comprare un’auto,” sussurravo infilandomi a letto – cercavo di prendere sul serio la raccomandazione di Baba di pregare per i miei genitori. „Ti prometto di pregarti ogni sera”, gli offrivo in cambio. Ma col passare dei giorni, la situazione finanziaria dei miei non cambiava. Forse non desideravo con sufficiente forza che diventassero ricchi – in effetti i miei genitori mi piacevano così com’erano.
“Ti prego, ti prego buon Dio, vorrei un fratello maggiore,” fu il desiderio successivo. Se c’era qualcuno che lo poteva realizzare, quello era Dio. Mamma mi aveva già spiegato che non mi poteva dare un fratello maggiore, semmai solo una sorellina o fratellino piccolo, che all’inizio avrebbe passato il tempo a strillare e non sarebbe stato utile per nessun gioco. Non sembrava una cosa particolarmente allettante. “Così domani mi sveglierò e avrò un fantastico fratello maggiore. Non farò più storie quando mi manderanno a lavare i denti. Amen,” sempre con l’idea di offrire qualcosa in cambio. Poi pensai che forse avrei dovuto cominciare con qualcosa di meno pretenzioso.
“Prometto di studiare sempre,” dissi, quando cominciai ad andare a scuola, “solo ti prego Dio, non farmi più andare da Baba.” Questo dopo l’ennesima uggiosa visita. Fra l’altro Baba litigò per l’ennesima volta coi miei genitori. “Mi volete mandare al camposanto! Un bel giorno mi manderete al camposanto!” mormorava eccitata. Non capivo per cosa litigavano e neanche mi interessava – volevo solo che finisse.
Le faccende con Dio, a cui mi aveva condotto Baba, le si rivoltavano contro.
Comunque, poco dopo seppi dai miei che Baba era finita all’ospedale con un Ictus. Non avevo idea di cosa fosse l’Ictus, ma sentivo che doveva essere qualcosa di brutto, di diabolico. Dai discorsi a mezza voce dei miei appresi che Baba poteva muovere solo un braccio e un lato del viso; non riusciva più a parlare bene, né a capire. L’Ictus evidentemente aveva vinto.
Mamma mi disse di fare un disegno da portare all’ospedale a Baba, ma non mi portò con sé. Io neanche lo chiesi. Ero terrorizzata dall’idea d’incontrare l’Ictus.
Non mi portarono neppure al funerale. Ci sarei andata volentieri – mi interessava vedere com’è un vero funerale e cosa fa un vero prete. Ma i miei la pensavano diversamente. “È troppo piccola” sentii mamma e papà parlottare fra loro in cucina. Così quel giorno mi lasciarono a casa della vicina, dove cioccolatini e biscotti sanno davvero di cioccolatini e biscotti, e andarono al funerale senza di me. Mi appisolai sul divano e sognai che Baba si era trasformata in una grande palla, i miei la facevano rotolare giù per un fosso, ma lei ogni volta con un salto rotolava indietro. Quando mi svegliai, pensai – chissà perché sembro ancora così piccola, da non poter andare a un funerale. L’Ictus comunque doveva essere scomparso insieme a Baba, non è così?
Dunque almeno una mia preghiera era stata esaudita; ma non mi era del tutto chiaro quale fosse stato il ruolo di Dio in quella faccenda…

“Darījumi ar Dievu” (Faccende con Dio) – da “Pirmā reize” Daina Tabūna, Ed. Mansards 2014

In realtà la prima cosa che mi viene da dire su “Pirmā reize”, è che si tratta semplicemente di un gran bel libro.

Mi è capitato di leggerlo poco dopo aver finito “Jelgava 94” di Jānis Joņevs (ne parleremo un’altra volta di questo libro), a cui ogni tanto il libro della Tabūna viene associato, se non altro per il fatto che entrambi rientrano nella categoria delle “storie di formazione” e raccontano l’adolescenza (di un ragazzo per Joņevs, di una ragazza per la Tabūna) nella Lettonia degli anni novanta e dei primi anni duemila)  e perché si tratta per entrambi di un debutto letterario, anche se uno è una raccolta di racconti e l’altro un romanzo.
Per me la vera cosa che accomuna questi due libri è che sono stati scritti da due fra i migliori nuovi talenti della letteratura lettone.

In questi ultimi anni in Lettonia sia nella produzione letteraria che cinematografica le storie adolescenziali e di formazione hanno avuto un ruolo di primo piano. Non solo i libri di Tabūna e Joņevs, ma anche la raccolta di Kristīne Želve “Meitene, kas nogrieza man matus”, e in ambito cinematografico “Mammu, es Tevi mīlu!” e “Modris“, fra le pellicole di maggior successo degli ultimi anni nel cinema lettone. Ma senza dubbio Daina Tabūna si è inserita in questo filone in un modo molto originale e personale, sincero, limpido, accessibile e profondo nello stesso tempo.

PrintI sette racconti della raccolta “Pirmā reize”, descrivono la crescita di una donna, da bambina attraverso l’adolescenza fino ad arrivare alla giovane scrittrice. In ognuno dei racconti la protagonista ha un nome e un’identità diversa, come diversa è l’ambientazione, ma in realtà è riconoscibile come una stessa persona e a volte ha tratti autobiografici. Lo scrivere, come forma di realizzazione di sé, attraversa alcuni di questi racconti, e ne chiude soprattutto l’ultimo.

Nella progressione dei racconti cambia l’età della protagonista, e con essa anche il punto di vista, lo stesso stile della scrittura.
Se in “Darījumi ar Dievu” (Faccende con Dio) la storia affronta la scoperta dei temi religiosi e trascendenti, attraverso gli occhi di una bambina e dei suoi rapporti con i genitori e con una “spaventosa” vecchia zia, già nel secondo racconto, “Slepenā kaste” (La scatola segreta), in primo piano è la relazione fra un fratello maggiore e la sorella minore, i giochi condivisi, le storie fantastiche costruite attorno alle figurine disegnate e custodite in una scatola, l’arrivo di un’amica terza incomoda, che sconvolge gli equilibri, ed infine il fratello che diventa grande e si allontana dalla sorella. Che a dodici anni, d’improvviso, capisce che è finito il tempo dei giochi dentro il guscio familiare, e si sente “vecchia” come mai prima d’allora.

Nel terzo racconto, “Tur, ārā” (Là, fuori), la protagonista Alise ha invece una sorella maggiore, Eva. Anche in questo caso nel rapporto fra le due sorelle si inserisce un terzo personaggio, un ragazzo che attrae entrambe. Solo la sorella maggiore, per motivi d’età, riesce ad attirare l’attenzione di Oskars, ma più che la relazione col ragazzo, tutta ancora da sviluppare, è la differenza di età e di possibilità fra le due sorelle, che scava il divario fra Alise ed Eva. Alise prova ad accorciare la distanza d’età con la sorella, a diventare grande scolandosi di nascosto in cucina una bottiglia di vodka mischiandola a succo di pompelmo, finendo per ubriacarsi.
La sera dopo, in camera sua, insieme alla sorella maggiore, troverà un’inattesa consolazione.

…Spengo la lampadina, ma in camera c’è ancora luce, mia sorella continua a leggere.
“Ti vedrai ancora con Oskars?” le dico.
“Non so” risponde lei con noncuranza. Poi, già più sincera – “Chissà.”
“Perché dici così?”
“Non mi ha chiesto neanche il telefono, o cose del genere…”
“Ma i suoi genitori conoscono i nostri, può avere il numero in ogni momento…” penso ad alta voce.
“Sì può essere, ma… mi sembra che sia stata solo… una cosa da capodanno” dice lei. Nella sua voce mi sembra di percepire una lieve nota di delusione.
Non quella delusione che ti prende quando si scioglie la tua band preferita e dentro senti sbattere le ali di una piccola farfalla in agonia.
E neanche quella delusione che ti prende quando il ragazzo che ti piace si bacia con tua sorella e tu decidi che quello è uno stupido come tutti gli altri.
La delusione nella voce di Eva ricorda la sensazione che ti prende quando torni a scuola dopo le vacanze di natale – e la scuola è quella di sempre. Te ne stai seduta a lezione o all’intervallo, cerchi di cavartela in qualche modo negli spogliatoi, prima dell’ora di ginnastica, quando tutte le ragazze guardano di nascosto la biancheria delle altre. Tu continui, ti sforzi di andare avanti, giorno dopo giorno, per quanto non ti riesca.
E non c’è nessun “là, fuori”. Solo la stanza dove ti trovi adesso.
Il pianoforte, la porta, due scrivanie, la finestra, il letto a castello, mia sorella ed io.
“Ma sai, qual è una cosa non solo da capodanno?” le chiedo.
“Cosa?” rispose Eva senza tanto entusiasmo.
“Un verme polare!” cerco di dire allegra, anche se mi trema la voce.
Lei non risponde subito.
“Un verme polare dove? Non vedo nessun verme polare”, dice alla fine.
Tiro fuori in qualche modo dal letto la calzamaglia e la ciondolo giù in direzione di Eva.
“Qui” sussurro. “Il verme polare.”
Eva afferra la calzamaglia. E non la lascia andare per un po’. Distesa sul letto aspetto che mi prenda sonno e per tutto quel tempo sento che lei è là, attaccata all’altra estremità della calzamaglia.
Forse è davvero cresciuta un po’ negli ultimi mesi. Perché sa che adesso è proprio di quel tocco, che ho bisogno.

“Tur, ārā” (Là, fuori) – da “Pirmā reize” Daina Tabūna, Ed. Mansards 2014

In “Meiteņu sarunas” (Chiacchiere fra ragazze), che è il racconto che si avvicina di più ai temi e all’atmosfera di “Jelgava 94”, quattro amiche, nella fase di passaggio fra l’adolescenza e l’età adulta, sono alle prese con le prime esperienze, di sesso, di alcool, ma anche di formazione culturale. I ragazzi sono ancora una specie di gioco, ognuno etichettato con un soprannome, spesso buffo e ridicolo, quasi per esorcizzarli. Croissant, il Drago di seta vellutata, il Piccolo Sumpurnis (una specie di figura mitologica).

Negli ultimi racconti della raccolta diventano più centrali i temi esistenziali, senza che questo appesantisca il tono delle storie, né lo stile della scrittura, che mantiene un’ironia di fondo. La camera chiusa da sette chiavi, da cui i due protagonisti della storia urlano la propria solitudine, in “Liesa, mans mīļākais organs” (La milza, il mio organo preferito), oppure l’inafferrabile ponte più alto d’Europa, il viadotto di Millau che in “Aukstā zeme” (Terra fredda) la protagonista e il suo compagno cercano di raggiungere in un lungo e rocambolesco viaggio in autostop per la Francia. Il termine di quel viaggio, il ritorno a casa in Lettonia, segna il momento in cui la protagonista decide di iniziare a scrivere davvero. Ed è una fortuna.

“Pirmā reize” – Daina Tabūna, Mansards 2014.
Traduzioni di Paolo Pantaleo, pubblicate con il gentile permesso dell’autrice.

© Baltica Libri

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