Nora Ikstena: “Mātes piens”, il mio romanzo più importante degli ultimi anni

“Mātes piens” (Il latte della madre) è il nuovo libro della grande narratrice lettone. La sua uscita, avvenuta pochi giorni fa, è uno degli eventi principali del 2015 letterario in Lettonia.

Nora Ikstena
Baltica Libri

“Mātes piens”, il nuovo romanzo di Nora Ikstena fa fa parte della serie “Mēs. Latvija, XX gadsimts” (Noi, Lettonia, XX secolo), che riunisce alcuni dei principali scrittori lettoni, che hanno deciso di scrivere romanzi ambientati nei vari periodi dell’ultimo secolo, nell’ambito delle celebrazioni per i 100 anni della Repubblica lettone, che si terranno nel 2018.
Il romanzo della Ikstena è ambientato negli anni settanta e ottanta, nella Lettonia sovietica, ed è basato in parte anche sulle esperienze e i ricordi personali e di famiglia della scrittrice.

In occasione dell’uscita di “Mātes piens”, Kultūra Diena ha pubblicato una lunga intervista rilasciata da Nora Ikstena a Undīne Adamaite. Ne abbiamo tradotto alcuni stralci.

ikstena_mates_piensTu stessa hai definito “Mātes piens” il tuo miglior lavoro degli ultimi anni. In che senso?
Mātes piens è il mio romanzo più importante, dai tempi di Dzīves svinēšanas. E’ passato molto tempo, prima che riuscissi un po’ ad avvicinarmi a quel libro. Diciassette anni, senza sminuire quello che ho fatto nel frattempo. Per scrivere questo libro era necessario un lungo periodo di riflessione, sia interiore, sia sulla storia della mia famiglia. E’ una coincidenza che Mātes piens sia uscito in tempo per la serie Mēs. Latvija, XX gadsimts” (Noi, Lettonia, XX secolo), ma ne sono felice. L’idea di questo romanzo viene da più lontanto, sei o sette anni.

La sensazione è che il romanzo sia nato da una nuova e forte energia.
Qualsiasi attore, artista o scrittore si trova di solito nella fase in cui scrive, scrive, scrive, e sente che può scrivere più o meno bene, ma non avverte una nuova qualità nel proprio lavoro. Mi sembra nel mio caso di essere arrivata al punto in cui ci si sbarazza di tutto il superfluo e si creano racconti in bianco e nero, semplici e onesti. Nei miei precedenti libri una guida importante è stata Gundega Blumberga, la mia redattrice e anche la mia critica numero uno. Mi ha aiutato anche a ripulire il testo fino alla fine. La gioia maggiore è quella di essere riuscita a saltare oltre me stessa e posso dire di aver aperto qualche porta, di aver trovato un’altra qualità di scrittura. Forse può suonare formale, ma è una bella sensazione.

Diciassette anni è un periodo lungo di tempo, nella vita di un artista. Hai mai vissuto periodi di crisi creativa, o forse questa è una definizione troppo forte?
Ho avuto la sensazione di non aver davvero voglia di scrivere. Sapevo che in un modo o in un altro dovevo scrivere, e un po’ mi costringevo a farlo. La cosa migliore in questi intervalli per me è stata concentrarmi sui miei documentari cinematografici, la scrittura di sceneggiature. Diamo molta importanza alla cultura del successo – ogni nuovo lavoro deve avere successo, successo e successo, ma nessun artista è un nastro trasportatore.  Ci dev’esser il periodo dell’apprendistato, dell’artigianato, e ci dev’essere anche il diritto alla sconfitta. Non si può avere sempre successo.

Nel frattempo la critica professionale cosa deve fare? Tacere?
No! La critica deve fare il proprio lavoro. La critica mi ha innalzata e mi ha stroncato. Certo, una sconfitta o un insuccesso sul piano creativo è duro da digerire. Ogni artista lo può confermare. Dall’altro lato se sei a terra e hai ancora la forza di reagire e continuare, alla fine è un’energia positiva.

Pensi che a Dzintars Sodums (celebre scrittore e traduttore lettone ndr), sarebbe piaciuto Mātes piens?
Sì, penso che sarebbe stato orgoglioso di Mātes piens. Sodums direbbe che mi sono liberata dal linguaggi fiorito. Lui diceva sempre che ci si deve liberare dal linguaggio fiorito, e concentrarsi sulla lingua della terra e delle travi.

Lo sfondo del tuo romanzo sono gli anni ’60 – ’80. Coincide più o meno con la tua vita?
Quasi. Nel 1979 avevo dieci anni.

Hai vissuto le esperienze di quegli anni, sia ad esempio funerale di Breznev, che fecero vedere anche a scuola in televisione, sia la morte misteriosa di Klāvs Elsbergs (poeta, figlio della poetessa Vizma Belševica, deceduto in circostanza mai del tutto chiarite nel 1987 ndr) e molte altre cose di cui scrivi nel libro. In quale misura aver vissuto direttamente questi avvenimenti ti ha aiutato o disturbato?
Nel romanzo c’è un personaggio, Winston, che ovviamente proviene da 1984 di Orwell. Solo che nel romanzo la protagonista riceve questo libro con la copertina strappata e non sa di cosa parla il testo. Lei arriva semplicemente alla conclusione che quel testo, che sta leggendo, è la vita che lei stessa vive. Simbolicamente. Volevo mettere le parole di Orwell all’inizio del libro, ma la mia redattrice giustamente si è opposta – svelavano troppo il contenuto del libro. Gli unici fatti storici di cui possiamo essere certi, sono i nostri ricordi. Certo nello scrivere questo libro, è stato importante scavare nella storia vera, che realmente ricordo. Se interpretiamo la storia – più o meno creiamo una finzione. Ho lavorato solo sui fatti reali – che sono rimasti nei miei ricordi. Quando parlo con le persone che hanno letto il libro, mi dicono che la vera forza del libro è proprio l’evocazione, nella loro memoria, di quei fatti. Li ricordano allo stesso modo, più o meno.

Hai avuto anche reazioni dai lettori più giovani? Quelli che hanno meno di quarant’anni e non hanno vissuto direttamente quegli anni.
Dai giovani ho ricevuto molte reazioni. Innanzi tutto su Facebook. Poi su Ubisunt (portale universitario). Nella recensione su Ubisunt, l’autore riconosce di sentirsi più vicino al modo in cui è scritto Svina garša (Il sapore del piombo) di Māris Bērziņš (un altro dei romanzi della serie Noi, Lettonia, XX secolo, ndr). Il recensore scrive che coi dettagli e quella forza quasi soffoco il lettore, ma alla fine del libro avviene una emozionante catarsi. La questione non è se un libro è meglio di un altro, ma la sensazione di aver spinto i più giovani a pensare a quella che era la vita in quegli anni. Se sono riuscita a fare questo, ho ottenuto il mio obiettivo.

I tuoi colleghi (negli altri libri della serie, ndr), hanno pubblicato lunghi elenchi di fonti, che nel tuo romanzo sono assenti. Anche se scrivi basandoti su ricordi personali, immagino che sia stato necessario anche un lavoro di ricerca – ad esempio sull’internamento dei dissidenti negli ospedali psichiatrici. La protagonista principale è un prototipo reale, o l’hai costruita su un collage?
Ci sono prototipi reali, ma ho fatto un collage. Anch’io ho molto da chiarire, e anche nel mio libro hanno collaborato consulenti, in particolare nel settore medico. Certo, molto di quello che c’è nel libro l’ho vissuto personalmente, durante l’infanzia e l’adolescenza. Poi ho controllato, se quello che ricordavo era successo davvero o era immaginazione.

Ad esempio?
Una mia cara amica è una dottoressa, Baiba Paija, con lei ho controllato alcuni fatti. Nel periodo sovietico era vietata l’inseminazione artificiale, ma i medici la praticavano in modo molto semplice e primitivo, per aiutare le donne ad avere bambini. Conoscevo questa storia, ma l’ho verificata, perché non sembrasse una cosa strana. Un altro dettaglio, dove la nonna stira il grembiule bianco di mamma per la scuola. Poteva essere la fine degli anni sessanta. Sono andata a guardare le foto di famiglia. In realtà il grembiule di tutti i giorni aveva la pettorina nera, quella bianca era per i giorni di festa. Ogni dettaglio deve essere verificato.

La ragazzina sulla copertina del libro proviene da una foto di famiglia?La bambina sulla copertina è mia mamma. Abbiamo deciso di mettere una foto della mia famiglia. Quando ho sfogliato l’album mi è sembrato che in questa foto ci fosse tutto – la bellezza di una bambina, l’ingenuità, l’aspirazione – davanti c’è tutta la vita, e sarà bella, luminosa, meravigliosa. Anche il fatto che la bambina è vestita con accuratezza, suggerisce un desiderio di vita. Mi è sembrato un forte contrasto, per quello ho scelto questa foto per la copertina.

Come si chiama?
Astrīda. Mia mamma si chiama Astrīda.

Mi è piaciuto molto quello che ha scritto Māra Zālīte sulla quarta di copertina: “Tre generazioni di donne – la figlia, la mamma, la madre della mamma – il filo del destino avvolto come una treccia. Così stretta da far male alle radici dei capelli. Una magica trinità femminile.” Dove rimangono gli uomini in questo universo femminile – il personaggio, anche il lettore, che fisiologicamente e psicologicamente non può essere sentire sulla testa “una treccia di capelli così stretta”?
Qualcuno ha fatto proprio questa domanda a Vents Zvaigzne, il redattore storico del libro. Lui ha risposto molto bene, neppure a me era venuto in mente. Ha detto, che il latte della madre è importante sia per l’uomo che per la donna, e che seppure in questa misteriosa creazione l’uomo non è implicato direttamente, questo non siginica che non vi partecipi. Ma nel libro c’è un altro personaggio – Jese, un personaggio androgino – né uomo né donna. Forse un personaggio che simbolizza della fede. Jese è un elemento unificante. La divisione per sesso esiste nel mondo, ovviamente, ed è logico che sia così. Ma ci sono degli elementi unificanti, di cui non notiamo più l’importanza. Immagino che questo libro sarà più difficile da leggere per gli uomini che per le donne.

Da Diena.lv

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