Anche un pezzo di Lettonia all’Expo con Antoņenko nella “Turandot” alla Scala

Pur non partecipando con un proprio padiglione a Milano, il paese baltico è ben rappresentato dal grande tenore che si esibisce nel concerto di apertura dell’Expo. Presente a Milano anche l’ambasciatore lettone Artis Bērtulis.

Aleksandrs Antoņenko
Anche se la Lettonia ha rinunciato alla sua partecipazione diretta con un proprio padiglione all’Expo 2015, il paese baltico è comunque presente nella giornata inaugurale dell’Expo 2105 a Milano, grazie ad una delle sue stelle, il tenore Aleksandrs Antoņenko, che interpreta il ruolo di Calaf nella Turandot alla Scala, nel concerto che apre l’Expo 2015.

All’inaugurazione dell’Expo è intervenuto anche l’ambasciatore lettone in Italia, Artis Bērtulis.
La Lettonia, dopo aver deciso alcuni anni fa di partecipare all’Expo con un progetto molto ambizioso, di un padiglione in stile quercia, ha abbandonato il progetto per gli alti costi e l’insuccesso del bando di concorso per la costruzione del padiglione.

Ma la presenza di Antoņenko nella serata inaugurale della Scala e quella dell’ambasciatore Bērtulis alla giornata di apertura dell’Expo consentono comunque alla Lettonia, anche in qualità di presidente del semestre europeo, di essere presente e ben rappresentata in questa giornata di apertura dell’Expo.

Qui di seguito vi proponiamo la traduzione di una lunga intervista ad Aleksandrs Antoņenko che abbiamo pubblicato su Baltica nel 2012.

Aleksandrs Antoņenko: “Non sono un tenore, sono un musicista”.

“Se canti bene, non ha niente di cui aver paura”, sostiene Aleksandrs Antoņenko, che questa estate è impegnato non solo a Londra e Verona, ma anche a Riga (nel Rīgas Festivāls ndt). In questa intervista il tenore lettone parla di tutto, dell’Italia, della cucina, della vita sul palcoscenico e fuori.

Abbiamo viaggiato per 10 mila chilometri. Prima 2140 fino a Mantova, in Italia, e presso il lago di Garda. Quindi ogni giorno a Milano, 137 km andata e ritorno, passati in macchina a chiacchierare. Con la sua Mitsubishi Outlander nera il tenore giungeva ogni giorno al teatro La Scala, dove in aprile e maggio ha cantato, alternandosi con Marcelo Alvares, nella Tosca di Puccini. Nello stesso tempo, Antoņenko ha partecipato al concerto in onore di Pietro Mascagni a Roma, con l’orchestra diretta da James Conlon.

Quindi il tenore è tornato a casa in Lettonia, ma questa estate sarà di nuovo in Italia, per debuttare all’Arena di Verona. Adesso però la sua voce risuona in patria, dove lo abbiamo già sentito nella Messa di Puccioni con il coro giovanile “Kamēr…” e insieme alle orchestre sinfoniche di Liepāja e Riga.
La prossima settimana fra l’altro Antoņenko canterà nel sacro spazio del Duomo di Riga, su musiche lettoni e italiane.
Ad agosto sarà poi in scena nel festival operistico di Sigulda, e a settembre canterà al Teatro nazionale dell’Opera di Riga nella Dama di Picche insieme a Jeļena Obrazcova.
Sempre all’Opera di Riga il prossimo anno canterà nel ruolo di Radames nell’Aida.

Sei già abituato a cantare alla Scala? Come ti senti lì?

Mi sento bene, poiché so cosa fare e come farlo. Mi sento convinto e sicuro.

Non ti mette paura un pubblico così esigente e categorico?

Il pubblico italiano è davvero viziato bene, ma questo già lo so. Se canti bene, non devi temere niente! Il mio rapporto con la Scala risale al 2007 quando ho firmato un contratto per cantare nella Manon Lescaut diretta da Riccardo Chailly. Ma poi lui rinunciò all’idea e decise di cambiare per Puccini, ed io che ero impegnato già a Salisburgo nel ruolo dell’Otello, non avevo il tempo di imparare un altro ruolo. Il mio debutto alla Scala è giunto improvvisamente, quando i loggionisti minacciarono la prima della Tosca per il ruolo di protagonista a Jonas Kaufmann e tutti i solisti si dettero di colpo malati.

In quel periodo cantavo nell’Opera di Francoforte e arrivai alla Scala. Ero in buona forma, e dopo le arie ricevetti applausi. Durante lo spettacolo non ci fu alcun “buu”. Nessuno gridò anche quando uscimmo per l’inchino. Solo quando arrivarono sul palco direttore e regista, il pubblico nella sala iniziò a fare clamore.

L’opera come un campo di battaglia più che uno spazio culturale..

L’opera è un campo di battaglia, perché ci sono persone che l’amano e persone che non l’amano. Così gli italiani tanto calorosi combattono. In nessun altro posto sarebbe possibile.

Qual’è il tuo ruolo alla Scala?

Attualmente Cavaradossi nella Tosca. Il prossimo anno Ismail nel Nabucco, ma anche l’Otello e Calaf nella Turandot. Si parla poi anche della Manon Lescaut e della Ragazza del West.

Si può dire che l’Italia è diventata la tua terra?

Sì, ma non tutta. Mi piacciono molto le regioni intorno a Verona, al lago di Garda, dove hanno regnato a lungo gli Asburgo e la cultura ha un sapore diverso. Più ordinato. Così l’Italia del nord, tutte le città intorno al lago di Garda sono così belle, con il loro stile archietettonico austriaco. A Mantova, Vicenza, Verona, possiamo vedere la mano degli Asburgo.

Magari anche fare un tuffo nel lago di Garda, o pescare?

Il tempo era molto cattivo. Ogni giorno pioveva, e non come da noi, ma come se la pioggia cadesse da un secchio. A volte esultavo, ah c’è il sole, andiamo al lago! E nel frattempo dalle montagne già arrivava la pioggia. Ma siamo riusciti un paio di volte a girare intorno al lago e visitare le piccole cittadine sulla riva. Sirmione, Bardolino, Garda, Desenzano del Garda, Riva del Garda… tutti paesini bellissimi. A Sirmione c’è la casa dove ha vissuto Maria Callas. Accando ci sono delle famose terme, dove andava spesso a respirare nella camera salata.

Hai provato anche tu?

Questa volta no, ma quando ho cantato a Baden Baden, ho avuto questa possibilità. In Italia vivevo a Solferino, la cittadina dove si è svolta la famosa battaglia di Napoleone… Ci tornerò ad agosto, perché è a soli 32 km da Verona, dove canterò nella Tosca – di nuovo insieme al soprano Martina Serafin. Sono un po’ preoccupato perché l’Arena di Verona è molto grande e dovremo cantare senza microfono. Dicono che si senta bene. Ad agosto in Italia fa molto caldo, fino a 40 gradi.

Preferisci il caldo o il freddo?

Il freddo. Non per niente sono nato in Lettonia.

Quali altri impegni avrai questa estate?

A luglio cinque spettacoli nell’Otello al Covent Garden di Londra, con la direzione di Antonio Papano, quindi sempre l’Otello al Festival di Rotterdam. Canterò poi a Sigulda nel Festival dell’opera, con la mia meravigliosa partnern Raffaella Angeletti che verrà da Roma. Mi fa molto piacere che lei sia nella mia Aida dell’anno prossimo, quando debutterò nel ruolo di Radames all’Opera nazionale a Riga.

Qual’è la stella nascente nel panorama attuale?

Ho avuto una meravigliosa collaborazione con il direttore Nicola Luisotti. Ha una fantastica voce, e lavora come un attore di teatro. Ad un certo punto gli ho chiesto: perché lei ha bisogno di noi? Lei può sia suonare che dirigere, sia cantare che ballare da solo, mostrando pienamente tutta la Tosca: chi, come e perché.

Cosa i direttori d’orchestra apprezzano di te?

Il fatto che non sono un cantante ma un musicista. Il fatto che non canto e basta. Cerco di stabilire un contatto e capire la personalità umana: perché quello fa una cosa e non un’altra. Così è facile per me capire, e possiamo fare qualcosa insieme.
Di recente Mauro Bucarelli, l’assistente del direttore d’orchestra Antonio Papano, mi ha invitato a cena a Roma. Parlavamo del mio ultimo Otello andato in scena a Roma, sette spettacoli in undici giorni. Gli ultimi due furono uno di sera e il successivo di pomeriggio. Ed io com’ero? Come una izdirsta krizdole. Mauro mi raccontava che Antonio Papano, guardando lo spettacolo, gli ha sussurrato. Questo non è un tenore, è un musicista! Dunque c’è qualcosa nelle mie esecuzioni che lo fa capire ai direttori, qualcosa che non è semplice vedere. Che si capisce, si sente. Se non c’è chimica, non c’è musica. Malgrado la fatica e la riluttanza, ti fa andare avanti. Questo è il potere della musica.

Non hai intenzione di prenderti un po’ di vacanza?

Il mio medico mi ha detto che avrei bisogno di tre settimane per i denti. Ma dove potrei farlo? Forse potrei rinunciare a qualcosa. Di notte, dopo tutto lo stress che provo sul palcoscenico, digrigno i denti, e questi si usurano. Nei giorni di libertà dai concerti, mi occupo delle rose del mio giardino.

Dove hai i tuoi amici più stretti?

Per la maggior parte in Svezia, poiché è semplice per me comunicare con i cantanti svedesi. Fra i direttori, il rapporto più stretto l’ho con Andrej Jurkevič, perché lui è ucraino, di Lvov, e i miei genitori provengono dall’Ucraina dell’ovest. Già dai tempi in cui collaborammo con la Filarmonica di Berlino alla Norma (cantai nella parte di Pollione) abbiamo capito di avere molti punti in comune nella vita e nella musica. Se sto una settimana senza scrivergli o senza parlare con lui su Skype, trovo sempre la stessa domanda: “Dove eri scomparso? Sei felice di essere tornato?”. Andrej Jurkevičs mi dirigerà nel mio debuto come Radames a Riga.

Preparate insieme anche il borsch?

Quando ci incontriamo – l’ultima volta a Monaco – gli chiedo sempre di cucinarmelo, dato che io da solo non ci riesco.

Cosa serve per fare un buon borsch?

Tre tipi di carne: manzo, suino e pollo. Funghi secchi – obbligatoriamente! Tutto questo non frullato, ma tagliato a fettine, fritto e poi messo in umido. Quindi brodo con fagioli bianchi, lasciati a bagno e bolliti.

Non è un peccato che il tuo repertorio di concerti in Lettonia sia a parte rispetto al movimento internazionale?

Quando uscirà il mio CD con musiche russe, potrò mostrarlo alla mia agenzia. La musica russa, in special modo quella di compositori sconosciuti, all’estero è molto richiesta. Con il Coro della Radio potremmo portarli in Austria e anche altrove. Fra l’altro, il più eseguito fra i compositori al mondo è Čajkovskij, solo dopo di lui viene Mozart.

Ti capita talvolta di essere toccato da questo atteggiamento a sfondo politico nei riguardi della cultura e degli artisti.

Bello che tu mi abbia fatto questa domanda. Trovo questa situazione solo in Lettonia. Quando su internet si scrive su dove canta Aleksandrs Antoņenko nei commenti spesso si legge: “ma perché devo sapere dove e cosa canta questo russo?”. Quest’atteggiamento c’è solo in Lettonia. Certo, altri poi si precipitano a difendermi, chiarendo che non sono russo ma ucraino di Lettonia, un buon cantante e un buon patriota. Riguardo al programma “Krievu romantika” (Romantica russa) qualcuno aveva scritto: “Perché dobbiamo essere costretti ad interessarci alla cultura russa?”. Questo davvero è terribile: se si ascolta Čajkovskij o la “Liturgia di tutte le notti” di Rachmaninov, o la musica spirituale di Bortnjanskij, come possono i russi voler soffocare le altre culture? Si può forse suonare musica diversa da quella nella chiesa ortodossa di Mēness ielā?

A Riga la società è fortemente multiculturale e di questo dobbiamo essere orgogliosi. Conosciamo Verdi e Puccini, sappiamo cosa significano le opere di Čajkovskij e di Jāzeps Vītols con Melngailis. Mentre in Europa non conoscono né Vītols né Melngailis,  e neanche Kalniņš. Tornando dall’Italia cantavo: “Jau aiz kalniem, jau aiz birzēm zuda, grima saules liesma”. Sentito, la lingua lettone è molto adatta per cantare Verdi. Perché non ha “portamento” e “glissando”.
Di recente mi hanno contattato per invitarmi a partecipare ai Giorni della Cultura russa in Lettonia. Non potevo, poiché ero molto impegnato. Poi mi sono seduto e ho riflettuto: sono l’unico che canta su musiche lettoni in questo paese! Che canta ancora Mediņš, Dārziņš, Vītols? Sono canzoni complesse, per eseguirle bisogna conoscere chi le ha scritte. Nel 2008 quando si è svolto il concerto in Vaticano per l’anniversario di indipendenza della Lettonia, ho cantato in lettone musica da camera, e la principessa di Giordania che ascoltava con grande attenzione, leggendo le traduzioni dei testi poetici che cantavo, si è rivolta all’Ambasciatrice lettone accanto a lei, dicendole: “Non sapevo che in questo piccolo paese vi fosse una tale cultura!”

Materiale tratto da KulturaDiena

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