Quando i lettoni fuggivano in barca verso la Svezia per salvarsi da nazisti e sovietici

Pēteris Jansons organizzò 30 viaggi attraverso il mar baltico e salvò 2000 esuli lettoni durante la II guerra mondiale. “E’ semplicemente successo, l’ho fatto per servire la Lettonia”.

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Una barca di profughi lettoni nel mar baltico. Foto d’archivio Okupācijas muzejs

Ci fu un tempo in cui i lettoni fuggivano dalla propria patria sulle barche sfidando il mar baltico , per scampare ad un destino di morte o prigionia nella patria occupata dai sovietici, poi dai nazisti, poi nuovamente dai sovietici, durante la II guerra mondiale.

E ci fu un lettone, in quegli anni, Pēteris Jansons, che riuscì a salvare ben 2000 suoi compatrioti, organizzando oltre 30 viaggi in barca dalle coste lettoni a quelle svedesi, attraverso il mar baltico. L’approdo e la salvezza erano rappresentati dalla costa del Gotland, l’isola in mezzo al mar baltico, primo avamposto della libera Svezia.

Quest’anno Pēteris Jansons festeggia i settanta anni di anniversario di anniversario con la moglie Inga, ed è riconosciuto dall’agenzia per i profughi dell’Onu, la UNHCR, come uno degli eroi di quel tempo tragico.

La Lettonia  nel 1940 fu invasa dalle truppe sovietiche, sulla base del Patto Molotov Ribbentrop, che lasciava campo libero a Mosca su tutto il baltico. Un anno dopo l’invasione, nel giugno 1941, il KGB dette il via ad una enorme deportazione di lettoni, estoni e lituani, famiglie e bambini, verso la Siberia.

Poche settimane dopo fu la volta dell’esercito nazista ad occupare i paesi baltici, dando vita a rappresaglie analoghe, indirizzate in questo caso in particolare verso le vaste comunità ebraiche di quei paesi.

Con il ritiro delle truppe tedesche, e l’avanzata dell’Armata rossa, tornò in Lettonia l’incubo della dittatura sovietica e delle deportazioni verso la Siberia, che puntualmente ripresero nel 1949.

Dei 40 mila baltici, lettoni, lituani ed estoni che tentarono di fuggire verso la Svezia durante gli anni della II guerra mondiale, più di 2000 annegarono nel mar baltico.

La Svezia e i paesi scandinavi diventarono per molti lettoni l’unica sponda di salvezza, l’unica possibilità di scampo.
Pēteris Jansons e sua moglie Inga si conobbero proprio nell’isola di Gotland, dove Pēteris giunse nel 1943, anche lui esule dalla Lettonia. Scappava per non dover essere arruolato a forza, come molti altri lettoni, nelle forze armate tedesche, che cercavano di contrastare la controffensiva dell’Armata rossa.

Pēteris Jansons e sua moglie Inga

Pēteris Jansons e sua moglie Inga

Pēteris aveva 21 anni quando lasciò la sua patria, adesso ne ha 92.
Ma i suoi ricordi su quegli anni e sulla sua attività per salvare i suoi connazionali sono ancora vivi: “Uno dei viaggi più pericolosi che ricordi, è stato quello in cui salvammo 273 persone. Ricordo che c’era una bambina appena nata, diversi bambini, per 46 ore nessuno poteva muoversi di un millimetro sulla barca. La barca ai bordi era  cinque centimetri buoni già sotto l’acqua, per questo ordinammo ai passeggeri di disfarsi in acqua della maggior parte dei vestiti e delle cose che si erano portati dietro.

Il ricordo più distinto di Jansons: “quel tramonto, le cose che galleggiavano sulla superficie dell’acqua dietro di noi, e le persone che sedevano in assoluto silenzio, senza dire una parola”.

Pēteris interruppe i suoi viaggi in barca per traghettare i lettoni verso la Svezia solo quando sua moglie rimase incinta.
Nel 1957 ricevette una lettera dalla Lettonia, dove era scritto che i genitori erano vivi. Seppe che un giorno nel 1944 i suoi genitori attesero il figlio sulle sponde lettoni, per mettersi anche loro in salvo.

“Non ho pianificato quello che ho fatto, è semplicemente successo. L’ho fatto per servire la Lettonia”, conclude Jansons.

Fonte Delfi.lv

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