Liene in Iraq: storia di una lettone in missione per l’Onu

Da un anno in Kurdistan, dove lavora per l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati. Liene parla della sua esperienza in paesi difficili. Da un’intervista di Santa Kvaste per Tvnet.lv

Didascalia: Liene in compagnia di una donna rifugiata dalla Siria. "Non sapevo che il fotografo avesse catturato il momento in cui la donna, che aveva appena attraversato il confine giungendo in Kurdistan con il marito invalido, mi stava ringraziando per averli aiutati a sbarcare e accompagnati sulla collina portando i loro bagagli". [Archivio personale di Liene]

Liene in compagnia di una donna rifugiata dalla Siria. “Non sapevo che il fotografo avesse catturato il momento in cui la donna, che aveva appena attraversato il confine giungendo in Kurdistan con il marito invalido, mi stava ringraziando per averli aiutati a sbarcare e accompagnati sulla collina portando i loro bagagli”. [Archivio personale di Liene]


In una recente intervista rilasciata alla BBC, Liene, 32 anni, da un anno residente in Iraq, ha affermato: “Ho dovuto vivere un anno in Iraq per rendermi conto di quanto sia bella la Lettonia”.

Nonostante ne sia lontana da tempo, Liene è innamorata del suo Paese d’origine. E non manca l’occasione di ricordarlo. Del resto, Liene parla spesso con i giornalisti, raccontando la sua storia e la situazione della regione dove lavora, il Kurdistan (Iraq). È il suo lavoro: è impegnata sul fronte dell’emigrazione dalla Siria come staff dell’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati. “Lavorare per quest’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nell’aiuto ai rifugiati è un onore. L’Alto Commissariato attraverso i suoi dipendenti fornisce ai rifugiati protezione internazionale e assistenza materiale, e persegue soluzioni durevoli per cercare di risolvere la loro drammatica condizione”.

In particolare, Liene, con un passato da giornalista, si occupa di diffondere nel mondo la consapevolezza dei drammi umani causati dal proseguire degli scontri e delle violenze in una delle regioni più martoriate del mondo, il Kurdistan, dove è di stanza.

Si fa intervistare dai giornali di ogni Paese, anzi: è lei che li cerca. Ogni giorno cerca di prendere contatto con giornalisti, fotografi e registi da tutto il mondo, per far conoscere lo stato di cose iracheno.

Molte cose sono cambiate dal 2008, quando ha lasciato la Lettonia, per colpa della crisi, cogliendo l’occasione per conoscere com’è la vita in altre parti del mondo.

Emigrata in Georgia prima di “arruolarsi” con l’ONU in Iraq, Liene racconta volentieri la sua esperienza all’estero.

“Sono in Iraq dal 14 luglio 2013, ma prima vivevo in Georgia. In qualche modo sono stata spinta a lasciare la Lettonia, dove avevo prima studiato e poi lavorato come giornalista: la crisi del 2008 mi ha lasciata senza lavoro, e sono partita.”

“In Lettonia allora era molto difficile trovare un nuovo lavoro, non sono riuscita a trovare nulla di adatto a me. Mi sono detta: “Se la capra non ha latte, allora non ne fa”, e ho iniziato a guardarmi intorno. È stata per me una scelta rapida: mi sono seduta davanti al pc, ho aperto Google Maps e mi sono chiesta ‘dove andare?’. L’occidente non mi interessava, e la Georgia invece mi era sempre piaciuta tanto. Non sapevo molto di quel Paese, era per me fondamentalmente sconosciuto. Ho trovato che esisteva il quotidiano “Georgia Today”, e ho inviato loro una mail con il mio CV che diceva qualcosa come “Voglio vivere e lavorare in Georgia. Avete posti vacanti?”. Probabilmente alla redazione di Georgia Today sono stati così sorpresi della mia proposta – sorride – che non hanno trovato buoni motivi per rifiutarla. Mi hanno risposto “Ok, vieni pure”.

Così ho fatto le valigie: avevo già uno zaino piuttosto capiente e ricordo di aver acquistato da in un negozio di articoli militari in Čaka iela una grande borsone, di quelli da esercito… li ho riempiti entrambi e con un biglietto di sola andata sono partita per la Georgia”.

Liene sorride ancora pensando al modo in cui prese questa decisione… “Ero una ragazza di 26 anni che non aveva paura di niente in particolare. Allora tutto mi sembrava stupendo: andavo incontro all’avventura e a molte cose  nuove, seguendo il mio spirito curioso e impulsivo”.

Domiz: il più grande campo profughi del Kurdistan (Iraq). Aperto nel marzo 2012, ospita attualmente più di 50.000 persone. [Archivio personale di Liene]

Domiz: il più grande campo profughi del Kurdistan (Iraq). Aperto nel marzo 2012, ospita attualmente più di 50.000 persone. [Archivio personale di Liene]

L’esperienza in Georgia

“Posso dire onestamente che durante i primi due anni che ho passato in Georgia camminavo a 3 metri da terra, metaforicamente. Non vedevo la realtà, anzi ero molto lontana”.

Gli stessi amici di Liene si preoccupavano un po’ della sua continua gioia e spensieratezza, temendo il momento in cui si sarebbe resa conto che la vita era molto meno rosea della sua visione. Ma Liene faceva testardamente fronte al sentimento di amarezza che spesso prende i più “realisti”.

“Ho vissuto come una bambina nel mondo dei sogni, e non volevo sapere o vedere le cose brutte, che ovviamente ci sono in ogni Paese e in ogni popolo. Non era un idillio ma per due anni ho vissuto felice. Solo in seguito mi sono abituata a vivere come un membro della comunità e, così, a vedere i minus del quotidiano. Ma nonostante questo la Georgia è tra i miei ricordi più belli; quando qualcuno mi chiede se vale la pena andare in Georgia, posso parlargli per ore dei motivi per cui uno dovrebbe andarci, peggio di una guida turistica”.

Secondo Liene i georgiani sanno parlare molto bene e farsi capire. “Sanno interpretare l’ospite, e soprattutto i desideri delle donne, che sono trattate coi guanti bianchi”.

“Inoltre nessuno si commisera. La gente ha un atteggiamento positivo. Questo mi pare manchi un po’ ai lettoni, che invece sono molto “simpatetici” tra loro anche in un’ottica di ‘contagio del pessimismo’”.
Liene era stata in Georgia per la prima volta nel 2007, con la cugina, per un viaggio on the road di due settimane, durante il quale avevano sperimentato l’ospitalità della gente. “Scesa dall’aereo, non so perché, ho pensato che mi sentivo come a casa. Avevo la sensazione che non potesse succedere nulla di male in quel posto. Anche dopo che la Georgia è stata coinvolta nei conflitti armati, ho sempre mantenuto un dolce ricordo del Paese”.

Lavorando per il Georgia Today, Liene ha scritto molto in relazione all’impegno dell’ONU nei conflitti locali, ai loro progetti e all’assistenza prestata dai volontari. Ma la situazione della stampa in Georgia, soprattutto di quella in lingua inglese, presto divenne molto instabile: Liene pensò così di smetterla di fare interviste ai funzionari ONU, ma di cominciare a rilasciarle.

“Il mio primo impegno come staff ONU ha avuto inizio quando ero ancora in Georgia; ma quando a un certo punto mi sono accorta che lì mi sentivo “troppo” a casa, ho capito che è tempo di ripartire”. Per l’Iraq.

Le prospettive per il futuro

Liene ha una prospettiva piuttosto breve, con il suo lavoro: non sa quanto rimarrà in Iraq. “Per ora il mio contratto è fino alla fine dell’anno. Poi vedrò come procedono le cose – se mi estendono il contratto potrei rimanere più a lungo – altrimenti me ne andrò altrove. In ogni caso ammetto che rimanere qui per un altro anno sarebbe terribilmente difficile.”

La maggior parte dello staff Onu non vive nei luoghi frequentati ogni giorno dalle persone locali, ma in strutture lavorative, con spesse mura di cemento. Le stanzette private, molto vicine agli uffici, sono piccole. “L’ambiente è molto chiuso e le possibilità di socializzare sono minime. Allo staff dell’Onu non è permesso andare a fare pic nic in giro né girovagare per il paese. A Erbil invece si sarebbe potuto andare fuori in tutta sicurezza, senza limitazioni. Ma l’Onu non vuole mettere a repentaglio la vita dei suoi dipendenti, anche se il Kurdistan è una delle zone più sicure dell’Iraq”.

Il campo dei rifugiati di Darashakran (Kurdistan), uno dei migliori campi dell’Iraq. Le tende sono erette su un pavimento di cemento e ci sono muri protettivi alti 60 cm. Ogni famiglia ha un bagno, la doccia e la cucina. [Archivio personale di Liene]

Il campo dei rifugiati di Darashakran (Kurdistan), uno dei migliori campi dell’Iraq. Le tende sono erette su un pavimento di cemento e ci sono muri protettivi alti 60 cm. Ogni famiglia ha un bagno, la doccia e la cucina. [Archivio personale di Liene]

Il Nord dell’Iraq si sta lentamente sviluppando come destinazione turistica e la sua capitale, Erbil, è ufficialmente la capitale 2014 del turismo arabo. Nonostante questo si tratta di un turismo ancora poco sviluppato: la maggior parte delle persone si incontrano sono arabi delle zone circostanti, più che stranieri. “La gente del posto non è abituata a veder girare stranieri per le strade della città. Una donna bionda e con i capelli lunghi come me è l’esatto opposto del costume locale: questo attira gli sguardi, soprattutto degli uomini”. E se nelle città più moderne si vedono donne vestite con gonne lunghe o al ginocchio e con giacche ‘all’occidentale’, andare in giro senza maniche per una donna è ancora impensabile. Per gli uomini arabi invece ci sono meno restrizioni per quanto riguarda il vestiario.

“Ogni volta che torno in Lettonia mi sembra che la gente vada in giro mezza nuda. Per contro, vivendo in Iraq per me non è sempre facile ignorare l’attenzione degli uomini verso le donne straniere. A volte ti guardano solo fissamente, ti studiano – a volte fischiano. Se si è di buon umore, si riesce facilmente a superare la cosa; ma se qualcosa è già andato storto durante la giornata o si è molto stanchi, può essere seccante”.

… non in Lettonia

“Onestamente, non vedo grandi opportunità di tornare a vivere stabilmente in Lettonia. Da un punto di vista lavorativo sono ormai assuefatta a un ambiente internazionale, non potrei accontentarmi di fare qualcosa di limitato ai confini nazionali o alla mia sola lingua… Dovrei almeno trovare un lavoro che mi permetta di avere contatti con altri Paesi. La Lettonia ora mi sembra così piccola! Mentre sono qui in Iraq la cosa che apprezzo di più del mio lavoro è avere a che fare con colleghi che sono in Giordania, in Siria, a Ginevra, a Budapest, a Londra… Chiamo giornalisti in tutto il mondo. Ma del resto è tutto così a portata di mano con gli strumenti moderni, che anche anche il mondo mi sembra piccolo…

L’idea di tornare a stabilirmi in Lettonia mi dà un senso di claustrofobia… direi che al momento è una possibilità molto remota. Ci tengo a dire che vivere in un ambiente internazionale ti libera dalle convinzioni personali, ti abitua a incontrare diverse culture, etnie, opinioni, religioni e colori della pelle. Nel mio ambiente di lavoro nessuno bada all’aspetto fisico o alla provenienza. La cosa che conta è che sei un uomo (o una donna), che sai fare questo o quello, se sei una persona piacevole con cui lavorare o con cui bere una birra o fare colazione. Questo è importante”.

Liene sul confine siriano

Liene sul confine siriano

Il semplice desiderio di sedersi vicini

Liene non fa mistero del fatto che a volte le mancano gli amici lettoni e la famiglia. Anche se ci si sente regolarmente via Skype, a volte si vorrebbe solo sedersi vicini e parlare. Allo staff dell’ONU è permesso lasciare il Paese sede di lavoro non più spesso di una volta ogni due mesi. Racconta Liene: “Di solito le prime 6 settimane di lavoro trascorrono molto seriamente, dedicandosi con concentrazione al lavoro. Poi tutto rallenta e il desiderio di tempo libero comincia ad aumentare: poter scegliere la musica, il cibo… Vivendo in Lettonia, queste piccole cose non sembrano nulla di eccezionale, ma non sono da dare per scontate. Spesso dico a mia madre di essere felice di poter fare ciò che vuole, che molte possibilità sono a sua disposizione e quasi nulla (di ciò che è economicamente raggiungibile) viene vietato!”
A tal punto si è stanchi nelle ultime settimane di lavoro prima delle vacanze, che la voglia di staccare diventa palpabile: quando si assegna qualche compito di responsabilità a qualcuno, ci si sincera subito che non stia lavorando da troppo tempo e non sia nelle ultime settimane prima dello stop vacanze. “E poi se consideriamo che lavoriamo praticamente 7 giorni su 7, anziché 5, si comprende anche perché alla fine si abbia veramente bisogno di staccare”.

Ciò che manca è il buon cibo lettone

“Una delle prime cose che faccio quando arrivo a Riga è andare a comprare il pesce al Centrāltirgus”.

Panna acida, formaggio fresco, pane: Liene non nega che in Iraq sente la mancanza di tutti questi cibi. La maggior parte del cibo che si trova in Iraq è importato da altri Stati; il terreno non è adatto alla coltivazione, non ci sono praticamente né primavera né autunno e l’estate è troppo calda e secca.

Un’opinione dall’esterno

Secondo Liene la Lettonia è molto bella, ma i lettoni dovrebbero imparare a godersi di più la vita senza lamentarsi. “Ad esempio, secondo me, un Capo dello Stato sorridente aiuterebbe molto: i presidenti che abbiamo avuto finora sembrano sempre dei cavalli che stanno tirando un carretto, e questo non solleva certo il morale della gente. Inoltre dovremmo smetterla di beccarci l’un l’altro ed essere aperti con tutti, immigrati compresi”.

da tvnet.lv

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