Baltica pubblica la traduzione di una recente intervista al grande cineasta, autore dei più vividi film su Riga e la Lettonia del dopoguerra
“Ho bisogno di tempo. Oggi dicono: possiamo fare un film in due settimane. Ma il mare in due settimane può non cambiare e restare sempre uguale”. Questa una delle convinzioni (e ne ha molte) di Aivars Freimanis, il cui film “Puika” è stato girato durante tutte e quattro le stagioni.
Aivars Freimanis, maestro del cinema lettone e documentarista di chiara fama, ha ricevuto quest’anno l’Oscar lettone alla carriera (il premio Lielais Kristaps). Inoltre da qualche mese è uscito nelle librerie il volume delle sue memorie. Ma non è tutto qui: Freimanis, a 76 anni, ha ripreso la sua antica passione per le lettere e ha attualmente in cantiere due romanzi.
Il regista Aivars potrebbe non fare altro che stare seduto sulla veranda di legno della sua casa di Aizklāņi, tra Roja e Kolka, e guardare i fiori crescere nel giardino.
Dai primi anni Sessanta è una pietra miliare della scuola cinematografica del documentario poetico di Riga. Ha sviluppato un suo pensiero personale sul concetto leggendario di “poetica del documentario”, spesso analizzato da “pesi massimi” della teoria del cinema come Jurijs Lotmans e Mihails Jampoļskis, che lavoravano nel periodo d’oro del cinema documentario di Riga. Aivars oggi afferma:
“Il mio è piuttosto uno stile, non una scuola. Più precisamente, è qualcosa che sta nelle immagini, non nella poetica: il poetico è qualcosa di troppo femminile. Poetico non significa bello”.
Sulla base di questo messaggio poetico/figurativo Freimanis vede come suo successore in ambito documentaristico la registra di Leiputrijā (Eldorado), Laila Pakalniņa, “perché anche lì tutto si svolge in una discarica”. Come nei film di Juris Poskus.
Il vecchio regista è convinto che in tale approccio vi sia qualcosa che ha a che fare “con un “gene” dello spirito lettone, che viene dalle canzoni popolari”.
Ābols upē (La mela nel fiume), lavoro nato dalla collaborazione tra Aivars Freimanis e il cameramen Dāvis Sīmanis, è stato incluso nel Latvijas kultūras kanons (il “Canone” della cultura lettone: l’elenco delle migliori opere lettoni di tutti i tempi, in tutti i campi artistici, ndt); ma Freimanis è anche autore delle pellicole Puika e Dzīvīte, nonché di innumerevoli opere documentaristiche e cronache cinematografiche. Il suo marchio di fabbrica sono i campi lunghi, l’attenzione per i dettagli e un’atmosfera calda, viva, umana. In breve, lettone.
Ma lo stesso Aivars non si sente “canonizzato”. Apre con occhi vivaci e luccicanti il pacco con la copia del libro di memorie che la casa editrice gli ha inviato in anteprima e inizia a cercarvi qualcosa. “Lo hanno messo!” esclama, mentre gli occhi gli brillano come a un bambino cui è appena riuscito un tiro mancino. A pagina 116 del libro, Freimanis ci spiega con soddisfazione il suo eterno essere confuso con Frīdis, personaggio del Vēja brāļu ordenis, come riporta anche un celebre portale di cinema russo.
Nella stanza di Aivars, che ricorda un po’ il museo etnografico e dove ticchetta un orologio a pendolo, non ci sono ricordi delle glorie passate. Nell’aria si libra un’energia creativa invidiabile, odore di progetti e anche una certa ironia.
Freimanis ride delle idee di Lars Von Triers sulla macchina da presa e del suo “Dogma”, il manifesto artistico in cui il regista danese riassume in 10
punti i capisaldi per fare un buon film. Secondo Aivars, “quelle regole non potrebbero mai portare a film come, ad esempio, quelli di Ingmar Bergman”. Ci riesce difficile immaginare da dove una persona che coltiva piantine di pomodoro dentro ad alcune scatole poste vicino alla finestra possa prendere una tale freddezza di giudizi.
Domanda: Domenica la Latvijas Televīzija ha mandato in onda il tuo film, Puika, vincitore del primo Lielais Kristaps (1977). Hai un televisore qui ad Aizklāņi? L’hai guardato?
Aivars: Vedi, la TV è proprio lì, con tutti i suoi 98 e passa programmi! E, sì, domenica l’ho guardata – e l’ho anche incessantemente maledetta. Tutto per colpa della pubblicità. È una cosa orribile. Appena c’è una transizione – un episodio finisce, inizia quello dopo – VLAM! – ceramiche da bagno! Pronti! Oppure: donne che scuotono i capelli. Tutto questo distrugge la pellicola, poiché i pezzi che intervallano il film sono piuttosto lunghi. Se ne ottiene qualcosa come un’immagine rovinata, macchiata. LTV1 ancora resiste, ma su TV3 e LNT a volte ti dimentichi perfino cosa stai guardando.
D: Qualcuno dei tuoi film si è mai scontrato con la censura, come è successo a quelli di Rolands Kalniņš?
A: Sì, Ceļamaize (1965) è stato il caso più grave, che nel libro ho ampiamente raccontato. È stato un momento molto brutto, oltretutto poi ho scoperto che alla fine la censura era totalmente immeritata. Non era un film anti-sovietico. Oh, e c’è anche un altro film, Tēvs (Il Padre), che parla di un vecchio fuciliere. Anche quello è stato messo da parte. Ci sono stati diversi scontri invece sul cinegiornale: a volte mi toglievano la regia e la davano ad altri registi. Spesso, tutte le critiche e le proteste erano ridicole.
D: Per esempio?
A: Per esempio una volta, filmando un’orchestra, il riflesso prodotto dall’ottone di un trombone si è specchiato su un quadro di Lenin che era appeso alla parete. Il riflesso, naturalmente, ha distorto un po’ l’immagine, che appariva come allungata. Ecco, su questo è scoppiato uno scandalo pazzesco: dicevano che fosse stato un effetto voluto. Nello stesso cinegiornale, un’altra volta, riguardo a un altro lavoro… eravamo a filmare in un negozio in campagna, l’operatore del suono aveva messo la sua strumentazione vicino al cestino dell’immondizia, perché quello era l’angolo più vicino al bancone e un posto nascosto: il migliore per metterci un microfono. E anche quella volta ci hanno accusati: diffamazione intenzionale del commercio sovietico.
D: Nel libro scrivi che sei arrivato al cinema grazie a Gunārs Piesis (altro regista, nato nel ‘36, ndt), che ha notato qualcosa, un pensiero da cinegiornale, nei tuoi articoli sui quotidiani. Se non fosse per lui, saresti mai arrivato a fare del cinema?
A: Sono quasi certo che ci sarei arrivato comunque. Allora cercavo di scrivere dei copioni, solo che non li mettevo in pratica. Il mio sogno era la letteratura, e avevo già iniziato a seguirlo. Poi un giorno, da Imants (Ziedonis), ho incontrato Mirdza Ķempe (una poetessa che negli anni 50-70 consigliava i giovani scrittori, ndt), e lei gli ha detto “[Aivars] è venuto da me con le sue poesie, ma allora perché è coinvolto anche con quelli del cinema?!”. Ora sono arrivato a scrivere pezzi più lunghi: un mio romanzo è a metà, l’altro è quasi terminato.
C’è una fase della nostra storia che l’attuale generazione non conosce: l’ultimo inverno di guerra e i primi anni del dopo-guerra, io ho sperimentato di persona quel periodo, contemporaneamente tragico e comico. Allora si parlava solo del “calderone del Kurzeme” (Kurzemes katls: la parte della Curlandia dove le truppe tedesche dell’Armata Nord rimasero isolate dal resto del loro esercito dal gennaio 1945 fino a maggio; l’isolamento fu totale tanto che della capitolazione sovietica vennero informati solo il 10 maggio, ovvero due giorni dopo, e il contingente curlandese fu uno degli ultimi ad arrendersi, ndt) era l’unico tema. Ma oggi la letteratura di guerra è molto poco considerata. Nel mio romanzo le avventure si combinano con la vecchia vita del villaggio di pescatori. Vivere qui da 35 anni e filmare cose di pesca è diventato parte di me… come catturare i pesci.
D: Questo stesso tema sarebbe interessante anche da filmare secondo te? Ma forse al giorno d’oggi pensare di poter fare questo è del tutto utopico.
A: Sarebbe interessante, ma nelle attuali circostanze è impossibile. Ora i giovani registi fanno film insieme con gli amici e con poco costo, o li girano velocemente in qualche vecchio appartamento. Invece i film storici richiedono una spesa enorme. È uscito Dancis pa trim di Arvids Krievs. Lì c’è solo un po’ di racconto sui fatti di guerra e già hanno avuto una certa difficoltà a girare…
Anche, poi, l’ambiente è cambiato. Ad esempio, si dovrebbero modificare tutti i tetti. Ho davanti agli occhi gli errori che si sono fatti in passato: in Likteņa līdumnieki (I piallatori del destino), per dire, ci sono i tetti fatti di scandole, ma è chiaro che all’epoca non potevano avere il denaro per costruire così i tetti… Quelle scandole ondulate ci sono solo dal tardo periodo sovietico. Mi ricordo che in Puika ho chiesto di trasformare una strada di campagna. Allora, quando c’erano i cavalli, il centro della strada era rovinato dagli zoccoli dei cavalli, mentre ora che tutti usano le macchine e la strada quindi non è più così. Ecco la sfida: andare a girare le scene a cavallo e far credere che veramente si mostra quanto accadeva in Lettonia prima della guerra. È una una sfida per gli attori, ma è una sfida anche per il regista.
D: Che ne pensi dei film storici dei tuoi colleghi, come Rīgas sargi (I difensori di Riga) di Aigars Grauba?
A: Non voglio criticare i colleghi, ma a me quel film non piace. Piace a tanti, piace ai registi stessi, piace anche a mia sorella maggiore – ma a me no. A me personalmente piacciono veramente pochi film, devo dire. In TV, tre mesi fa, mi ha colpito un film che non aveva bisogno né di far ridere né di prendere in giro. Oggi ci sono per lo più spettacoli americani o sceneggiati sulle casalinghe, ma quei film dove si sente la vita… Le pellicole vengono corrotte da questo terribile concetto dell’ “action”. L’azione ad ogni costo. Un esperto ha detto che oggi le persone non si fermano a guardare una cosa che per essere compresa richiede più di tre minuti: è cresciuta un’altra generazione. Mio nipote dice che a lui piacciono i film che gli fanno spavento (ride). Naturalmente, se dovesse farne esperienza, la cosa sarebbe diversa. Siamo in un’epoca di forzature, di iperboli. Io nella mia infanzia non mi sentivo attratto dall’ “orrore”.
D: Come ti senti quando pensi che il tuo film Ābols upē è oggi incluso nel Latvijas kultūras kanons?
A: Ho quattro quaderni messi insieme pieni di tutti i passaggi del film e tutte le parti che ho dovuto tagliare e delle cose che mi sono state proibite. Come mi sento? Sono stato molto sorpreso.
D: Oggi questo film è giudicato unico nell’ambito del cinema lettone (non solo in quello dei film-documentari) e anche oltre il cinema nazionale. Al momento della stesura avevi già percepito questa innovazione estetica?
A: No, questo no. Perciò mi sono sorpreso. Conoscendo tutte le controversie che sono sorte intorno alla realizzazione del film, io stesso non l’ho mai giudicato un film “superiore”. Penso che dopo tanto tempo la gente ci veda qualcos’altro. Semplicemente, io l’ho fatto. Se ora ne avessi la possibilità – e non ce l’ho – e potessi realizzare una sceneggiatura che per sette anni è rimasto sepolto al Kinocentrs, mi comporterei allo stesso modo di allora.
D: Come si chiama?
A: Nāras akmens (La pietra della sirena).
Tradotto da Diena del 13 aprile 2012




