Alvis Hermanis: “Il teatro a differenza del cinema, si sviluppa nella testa dello spettatore”

Una lunga intervista del famoso regista lettone, il giorno della prima del suo “Oņegins. Komentāri.” allo Jaunais Rīgas teātris


Una lunga intervista ad Alvis Hermanis, pubblicata su KulturaDiena, è l’occasione per presentare l’ultimo lavoro del famoso regista lettone, Oņegins. Komentāri“, che oggi debutta allo Jaunais Rīgas teātris.

Alvis Hermanis è uno dei registri teatrali più affermati d’Europa. I suoi spettacoli hanno varcato spesso i confini della Lettonia, per andare in scena in molti teatri europei, in particolare Germania e Italia.
“Sonja” e “Le signorine di Wilko” due fra le rappresentazioni dirette da Hermanis che anche in Italia hanno riscosso un grande successo di pubblico e critica, mentre l’anno scorso ha portato in Germania il suo “Oblomov”, con il suo attore d’elezione Gundars Āboliņš nel ruolo del protagonista.

Nel suo nuovo spettacolo, Oņegins. Komentāri. (Onegin. Commentari), Hermanis mette in scena non solo la storia dell’eroe puskiniano, ma prende spunto anche dai commenti all’opera, in particolare quelli di Jurij Lotman.
Ma nella sua intervista a KulturaDiena Hermanis, di cui qui pubblichiamo ampi stralci, non parla solo del suo nuovo lavoro ma di diverse altre cose.

D – Una domanda forse sciocca – perché in Lettonia e proprio ora la scelta di mettere in scena il poema di Puškin? E qual è il tema principale dell’Onegin?
Hermanis – Vorrei far conoscere agli spettatori l’Onegin in tutta la sua completezza, perché tutti lo conoscono ma nessuno lo ha letto. Come succede per Rainis (il più illustre poeta lettone ndr), anche lui nessuno lo legge. Io qui non parlo dell’effetto traumatico durante la giovinezza, quando agli studenti si danno da leggere queste cose, che non hanno alcun desiderio di comprendere. In secondo luogo – in tutto questo lavoro c’è l’influenza dell’opera di Čaikovskij. L’opera parla di Tatjana. Ma per Puškin Tatjana è un personaggio secondario. Una banale storia d’amore è solo il pretesto per Puškin di costruire una monumentale descrizione della società di quel tempo.
Perché in Lettonia e perché proprio adesso? Non mi interessa l’aspetto dell’attualità dell’arte. Sono fra quelli che considera l’arte una categoria metafisica, mistica ed estetica.

D – Cosa contiene la parola “komentāri” all’interno del titolo dello spettacolo?
H – Insieme agli attori abbiamo riscritto principalmente una nuova rappresentazione, che commenta l’opera di Puškin. Vorrei anche aggiungere che è assoulutamente diversa rispetto al lavoro messo in scena a Berlino (dove abbiamo presentato Schaubuehne lo scorso autunno), poiché gli attori in un caso e nell’altro hanno commentato Puškin in modo totalmente diverso. I testi sono diversi.

D – Nello spettacolo si usa la lingua di Puškin, il russo. Non sarà un problema per quegli spettatori che non conoscono abbastanza bene il russo?
H – I testi di Puškin nello spettacolo rappresentano il 15% del totale. E quelli sono in russo. Tradurre la poesia non è possibile, come sappiamo.
Lasciamo stare la questione della doppia lingua (il contrasto linguistico in Lettonia fra lettoni e minoranza russofona ndr), in questo contesto. Non vedo cosa c’entrino Puškin e la cultura classica russa con un paio di centinaia di migliaia di cittadini sovietici che vagano  persi nello spazio e nel tempo.

D – Cosa pensi del concetto che nella drammaturgia odierna non ci siano più testi teatrali?
H – La nostra rappresentazione Oņegins. Komentāri fa parte della drammaturgia lettone contemporanea. E’ una rappresentazione del tutto completa e originale, come tutte le altre che vengono scritte in solitudine su una scrivania. Noi l’abbiamo fatta collettivamente,  ma il risultato è lo stesso, e questo testo potrà essere provato in altri teatri per anni e anni.

D – Hai già affrontato un pacchetto di lavori su una visuale di restaurazione storica (a Zurigo “L’idiota, in Italia “Le signorine di Wilko”, a Colonia e Riga “Oblomov”, il “Platonov” a Vienna..), testi che appartegono al repertorio classico. Questo è un radicale cambiamento, se pensiamo al tuo interesse per la vita quotidiana delle persone, che era l’essenza del “ciclo lettone” dello Jaunais Rīgas teātris. Perché questo cambiamento?
H – Modernizzare i testi teatrali classici, per me, significa proprio questo. Se vogliamo essere davvero precisi, allora dobbiamo rispettare il contesto storico. La precisione, ecco, è la ragione di tutto. E se siamo davvero precisi, allora automaticamente ci sbarazziamo di tutti i luoghi comuni…
Modernizzare tutto il teatro e tradurlo per il pubblico che guarda la televisione, in una lingua comprensibile, significa indebolire e rendere infantile tutta la storia della cultura mondiale.

D – Non è un segreto che questa estate sarai impegnato in una sfida radicale – la regia dell’opera “Die Soldaten” al Festival dell’opera di Salisburgo, insieme all’Orchestra filarmonica di Vienna, con sette cavalli vivi sul palcoscenico.  Perché questo interesse per il genere operistico?  Stanco del teatro drammatico e dei suoi attori?
H – Il teatro drammatico non mi affatto stancato e continua ad essere il mio lavoro principale. Ma finalmente ho cominciato a interessarmi e ad apprezzare l’opera. Ho cominciato ad ascoltarne molta. E’ una profonda e intima sorpresa. Vediamo cosa ne verrà fuori. Certo, è anche un interesse professionale che mi permette di avere nuova adrenalina. Ma il teatro drammatico continua ad essere il mio territorio principale. Nel mio bloc notes ci sono ancora 20 titoli che sono in attesa.

D – C’è qualche cambiamento che attende nella nuova stagione anche i fans del JRT (Jaunais Rīgas teātris, il teatro di Riga diretto da Hermanis ndr)?
H – Il programma della prossima stagione non è ancora del tutto definito. Ne parleremo in estate. Per quanto mi riguarda posso dire che la prossima settimana inizio a Riga le prove di “Kabalas noslēpumi ” (I segreti della Cabbala), dai racconti di Isaac Bashevis Singer sugli ebrei ortodossi chassid. Aprirà la prossima stagione dello JRT.

D – Non ti interessa la regia cinematografica?
H – Non voglio offendere i colleghi del cinema, ma appartengo alla categoria di quelli che ritengono il cinema una forma d’arte che si sta esaurendo. Mi piace molto guardare il cinema, ma non ci trovo niente di nuovo. Niente che non sia già stato fatto nel ventesimo secolo.

D – C’è qualche lavoro artistico che ti ha fatto maggiormente impressione nell’ultimo anno?
H – Il film di Nanni Moretti “Habemus Papam”. Mi è piaciuto molto. Quasi come quelli di Fellini.

D – Il teatro ha un futuro nel sistema di comunicazione fra le persone?
H – Il teatro si rinnova continuamente. Forse i trucchi del mestieri possono essere vecchi, ma l’intonazione cambia ogni giorno. Forse avete notato che a differenza dei vecchi film, guardare registrazioni di vecchi spettacoli teatrali è una vera tortura. Anche l’attore più grande dopo un paio di decenni sembra un dilettante. Il teatro a differenza del cinema e degli altri eventi sullo schermo, non si sviluppa sul palcoscenico, ma nella testa dello spettatore.

Materiale tratto da KulturaDiena

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