
La ministro della difesa lituana Rasa Juknevičiene chiama a raccolta i paesi baltici e la Polonia sulla lotta diplomatica ed economica relativa all’energia nucleare nella nord est europeo.
C’è un progetto di costruzione di una centrale nucleare a Visaginas, in Lituania, che dovrebbe sostituire la produzione energetica della centrale sempre lituana, ormai in fase di dismissione, di Ignalina. Il progetto è sostenuto anche dagli altri paesi baltici e dalla Polonia, ma forti sono gli interessi divergenti nella zona, specie da parte russa e bielorussa. Putin e Lukashenko, attraverso i progetti di centrali nucleari di Kaliningrad e di Astravets in Bielorussia, puntano a togliere spazio e potenzialità economiche e strategiche al progetto della centrale lituana.
Il ministro della difesa lituano ha dunque spinto i paesi che aderiscono al progetto di Visaginas a sostenere con maggiore impegno e con sforzi diplomatici pari ad una vera e propria guerra di propaganda il progetto lituano, che secondo la Juknevičiene rappresenta un elemento fondamentale negli sforzi della Lituania e degli altri paesi baltici per una politica di maggiore indipendenza energetica dalla Russia. I paesi baltici attualmente sono totalmente dipendenti dalle forniture russe per quanto riguarda il gas e l’energia elettrica.
Oltre alla centrale nucleare di Visaginas la Lituania spinge anche verso progetti di reti di rifornimento elettrico che attraverso Svezia e Polonia possano mettere in collegamento i paesi baltici al resto dei paesi europei (in particolare la costruzione di un terminale di gas liquido lituano che scalfisca il monopolio Gazprom nella zona), per depotenziare quelli che la ministro Juknevičiene definisce “gli interruttori della luce del baltico che stanno da qualche parte sulle rive del Volga”.
In Estonia e Lettonia non sono pochi però i tentennamenti riguardo i progetti nucleari lituani. In Lettonia anche se il presidente Zatlers e il premier Dombrovskis hanno confermato il sostegno lettone alla centrale di Visaginas, molte sono le voci discordi anche all’interno della coalizione di governo.


